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«Caporalato sui riders»: il tribunale di Milano commissaria Uber

Le accuse sono di  sfruttamento dei dipendenti che consegnano il cibo a domicilio con Uber Eats
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«Caporalato sui riders»: è con questa motivazione che il tribunale di Milano, Sezione misure di prevenzione,  ha disposto il commissariamento della società Uber Italy. In base agli elementi raccolti, le accuse sono di  sfruttamento dei dipendenti che consegnano il cibo a domicilio con Uber Eats, l’app dell’apposito servizio collegata al gruppo di noleggio auto. L’indagine è in corso e la misura è ancora in esecuzione da parte del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza di Milano, con il coordinamento del pm Paolo Storari.

A settembre scorso, il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il sostituto Maura Ripamonti hanno avviato una ricognizione del fenomeno, partendo da elementi sotto gli occhi di tutti: mancato rispetto delle tutele contrattuali, norme igienico- sanitarie carenti, pericolosità nei confronti degli altri utenti della strada, passando anche per lo sfruttamento di immigrati irregolari.

Un’indagine a tutto tondo quella sui fattorini che consegnano pasti a domicilio per conto delle piattaforme di food delivery, alcuni dei quali già ascoltati in procura assieme ai sindacati e alle società datrici di lavoro, per fare il punto della situazione.

Gli accertamenti sono partiti a giugno 2019, quando la procura – «per precauzione» – ha deciso di affidare alla polizia locale una serie di controlli, che hanno portato, a settembre, alla decisione di aprire un fascicolo. Sono tanti, al momento, i documenti da analizzare per verificare il rispetto del Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e le condizioni igienico- sanitarie, anche relativamente al cibo trasportato dai rider, che spesso non verrebbe conservato a temperature idonee.

Durante i controlli a campione effettuati dalla polizia locale su ordine della procura sono stati poi individuati tre migranti irregolari, su un totale di 30 persone fermate. L’ipotesi avanzata dalla procura è che alcuni fattorini, regolarmente titolari di un rapporto di lavoro con le piattaforme in questione, abbiano venduto il proprio account a immigrati non in regola. Si tratta del cosiddetto “caporalato telematico”, ovvero la cessione degli strumenti di lavoro, in particolare gli smartphone con le app per le consegne, a immigrati clandestini.

Ma l’inchiesta riguarda anche il rispetto delle norme di sicurezza: l’utilizzo di luci, scarpe e freni adeguati e la valutazione dell’idoneità fisica per un impiego stremante, che prevede ore di percorsi in bicicletta.La Procura sta anche cercando di fare una mappatura di tutti gli incidenti stradali che hanno coinvolto i fattori, impresa complicata dalla mancata distinzione, nei verbali di polizia, tra ciclisti comuni e rider. Quattro le società coinvolte.«È una indagine doverosa, sotto il profilo della prevenzione – aveva commentato l’aggiunto Siciliano – Tutto nasce da una fotografia di una realtà che è sotto gli occhi di tutti. Oramai muoversi di sera in città è diventata una sfida contro le insidie e i pericoli per via di questo sistema di distribuzione del cibo. Con questi rider che, nelle ore canoniche, sfrecciano senza, per esempio, alcun presidio» come i giubbotti catarifrangenti o il casco, «e senza alcuna osservanza delle regole stradali, in contromano o sul marciapiede».

Un problema di sicurezza diffusa sia per chi presta attività lavorativa sia per i comuni cittadini. L’indagine «ci consente di esplorare questo fenomeno che è ampio ed è in espansione ma senza controlli. La Procura preferisce intervenire prima ed esercitare un ruolo di prevenzione» .

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