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Hong Kong, gli aneliti di autonomia strozzati dalle voglie imperiali della Cina

Pechino non può permettersi alcuna eccezione poiché si ripercuoterebbe in altre regioni che chiedono autonomia e l’indipendenza: dal Tibet allo Xinjiang
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Le ambizioni imperiali della Repubblica Popolare Cinese sono ormai prive di limiti e, purtroppo, duole constatare che esse sono incoraggiate dal silenzio e dalla viltà di buona parte del mondo occidentale. Sembra infatti avviato a un tragico epilogo la lunga battaglia dei cittadini di Hong Kong per mantenere quel minimo di autonomia di cui finora hanno goduto. Si noti che detta autonomia era stata garantita fino al 2047, ed era parte integrante del trattato con cui la Gran Bretagna restituì, nel 1997, l’ex colonia alla Cina.

Lo slogan “un Paese, due sistemi”, coniato da Deng Xiaoping, funzionò, pur con enormi problemi, per parecchi anni. La città- isola riuscì a mantenere le sue caratteristiche occidentali, vale a dire garanzie che nella Repubblica Popolare proprio non esistono. In poche parole: libertà di parola e di stampa, Stato di diritto, possibilità di elezioni almeno parzialmente libere. Parzialmente perché Pechino si è comunque riservata il “diritto” di conservare nel Parlamento locale una maggioranza di rappresentanti favorevoli al regime.

Ciò nonostante le ultime elezioni, tenute a Hong Kong nel 2019, hanno decretato il trionfo delle forze anti- regime, che hanno ottenuto addirittura 390 seggi su 462. Chiarissima dimostrazione della volontà degli abitanti di non voler vivere in un sistema dominato in modo assoluto – e asfissiante – dal Partito comunista cinese.

Di qui le imponenti e pressoché quotidiane manifestazioni anti- regime che hanno continuato a inondare strade e piazze della città, sfidando la dura repressione della polizia locale autorizzata dalla governatrice imposta da Pechino, Carrie Lam.

Interessante notare che neppure la pandemia e il conseguente lockdown hanno bloccato i dimostranti. Le manifestazioni infatti continuano, anche se la voce del Partito sta diventando sempre più minacciosa. Gli arresti e i pestaggi dei dimostranti si susseguono anche in questi giorni.

Nell’Assemblea del Popolo, che in realtà non viene eletta a suffragio universale ed è solo un’emanazione del Partito comunista, riunita a Pechino proprio in questi giorni, Xi Jinping ha proposto di estendere integralmente alla ex colonia britannica la legislazione cinese nella quale, come ho detto dianzi, non esistono libere elezioni, libertà di parola e di stampa, e Stato di diritto.

I cittadini di Hong Kong, e soprattutto i giovani studenti che costituiscono il nerbo delle manifestazioni, hanno già ribadito in modo chiaro che non intendono affatto cedere. Vogliono vivere in un sistema libero e rifiutano, tra l’altro, l’imposizione nelle scuole e nelle università dei corsi di marxismo- leninismo che, nella Repubblica Popolare, sono obbligatori per tutti ( persino per i giornalisti). Risulta chiaro, a questo punto, che la leadership comunista cinese è intenzionata ad abbattere ogni ostacolo. A Hong Kong esiste già una forte presenza dell’Esercito popolare di liberazione, nome che le forze armate cinesi continuano a usare sin dai tempi di Mao Zedong. Per Xi Jinping sarebbe molto facile inviare altre truppe e scatenare una repressione sanguinosa. Si ricordi a questo proposito il massacro di Piazza Tienanmen perpetrato nel 1989, nella stessa Pechino, proprio dall’Esercito popolare di liberazione dianzi citato. Se qualcosa di simile dovesse avvenire a Hong Kong, la Cina perderebbe subito l’immagine – cara anche a molti politici italiani – di grande Nazione pacifica e dedita soltanto alla promozione del commercio e della prosperità mondiali. Il problema è che Pechino non può permettersi alcuna eccezione poiché essa avrebbe ripercussioni immediate in altre regioni che chiedono autonomia, e spesso l’indipendenza: dal Tibet allo Xinjiang degli uiguri per nominare solo due casi. Né vanno dimenticate le continue minacce rivolte a Taiwan (“Repubblica di Cina”), uno Stato indipendente e prospero che Xi Jinping e il suo gruppo dirigente trattano alla stregua di una “provincia ribelle”.

Insomma il Pcc, al governo senza soluzione di continuità dal lontano 1949 e la cui permanenza al potere non è mai stata sancita dal voto popolare, non ha altra possibilità se non quella di reprimere la dissidenza per perpetuare se stesso. Stupisce pertanto il silenzio – e forse la connivenza – dei Paesi occidentali di fronte a questo stato di cose. Solo gli Stati Uniti hanno finora parlato in modo chiaro e occorre attribuirne il merito a Donald Trump, per quanto impopolare egli risulti negli ambienti intellettuali e “progressisti”. Il governo italiano si è finora caratterizzato per il suo silenzio. E, considerate le simpatie, tra gli altri, del nostro Ministro degli Esteri, non ci si può stupire più di tanto.

 

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