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Il Tribunale di sorveglianza decide se Zagaria dovrà tornare in carcere

Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) ha mandato una nota al tribunale di sorveglianza di Sassari indicando un posto nel reparto protetto del carcere di Viterbo.
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Domani ci sarà la decisione del tribunale di sorveglianza di Sassari per il ritorno o meno in carcere di Pasquale Zagaria. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) ha mandato una nota al tribunale di sorveglianza di Sassari indicando un posto nel reparto protetto del carcere di Viterbo. Ieri intanto, dopo Francesco Bonura, Antonino Sacco e Carmine Alvaro, è stata la volta di Franco Cataldo, prelevato dalla sua abitazione e condotto nel carcere Lorusso Pagliarelli a Palermo, per essere trasferito in quello di Opera, dove stava scontando la pena. Franco Cataldo, 85 anni, è stato condannato all’ergastolo per concorso nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo.Ricordiamo che la concessione della detenzione domiciliare a Pasquale Zagaria, era stata decisa il 24 aprile scorso dal giudice Riccardo De Vito, presidente di Magistratura Democratica. Quest’ultimo ha stabilito che Pasquale Zagaria, imprenditore legato al clan dei Casalesi, fratello del superboss Michele Zagaria, malato di tumore e detenuto al 41 bis, non era più nelle condizioni di essere sottoposto a chemioterapia. Sia perché l’ospedale sardo dove era sottoposto alle cure è stato trasformato in reparto Covid, sia per il fatto che non esiste un centro clinico adatto per curarlo.Parliamo della regione Sardegna dove c’è un alto contenuto di reclusi in regime di alta sorveglianza e 41 bis. Un luogo dove più volte il Garante nazionale delle persone private della libertà ha sollevato il problema della compressione dei diritti. Non solo quello della salute, ma anche quello dell’affettività visto il luogo complicato da raggiungere dai parenti. In particolar modo il Garante si è concentrato nel carcere di Sassari, quello dove era recluso proprio Pasquale Zagaria.

Recentemente il Garante ha reso pubblico l’ennesimo rapporto riguardante le criticità dei penitenziari nella regione sarda e ancora non c’è alcuna risposta da parte del Dap circa i problemi sollevati. Il rapporto si riferisce alla visita effettuata l’estate scorsa. E ancora una volta ha dovuto evidenziare la persistente mancanza di un “Servizio di assistenza integrato” (Sai) destinato alle persone detenute nei circuiti di “Alta sicurezza”, in tutto il territorio della Sardegna e, per altro verso, il problema della distanza dai familiari sono all’origine delle numerose richieste di trasferimento, anche temporaneo, provenienti dalla popolazione detenuta in regime AS1 e AS3 che ne lamenta la ricorrente reiezione.Mentre ci si straccia le vesti per la detenzione domiciliare per gravi motivi di salute concessa a chi si è macchiato di reati mafiosi, ci si dimentica che – al contrario – alcune sono morte proprio per il ritardo di tale concessione, nonostante l’intervento del Garante stesso. Proprio nel rapporto si cita il caso particolare, oggetto di reclamo inviato al Garante nazionale, che ha riguardato l’ergastolano ostativo Mario Trudu «per il trattamento della cui patologia – si legge nella relazione – è stato interessato il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria sin dal 10 maggio 2019 e che, dopo un reiterato e continuo scambio di richieste di delucidazioni e informazioni, non era ancora risolto alla data della visita del Presidente del Garante nazionale (8 novembre 2019)». Si legge che la stessa disposizione del magistrato di sorveglianza di trattamento in detenzione domiciliare speciale per motivi sanitari giaceva inapplicata e si era in attesa di una nuova definizione che favorisse il ricovero. Il Garante nazionale aveva chiesto di essere informato sugli esiti della procedura avviata.Poi, come sappiamo, c’è stato un seguito. Dopo aver vinto la battaglia per curarsi fuori dal carcere, dove ha vissuto per 41 anni per scontare la pena all’ergastolo ostativo, Mario Trudu, 69 anni di Arzana, è morto a ottobre scorso all’ospedale di Oristano.

Trudu aveva ottenuto poco prima il differimento pena per motivi di salute ma dopo il ricovero non era riuscito a tornare a casa. Da tempo immemore la difesa aveva chiesto i domiciliari, il Dap non aveva nemmeno trovato una soluzione adeguata e proprio per questo era intervenuto anche il Garante Nazionale. Ma nessuno si è indignato, nessuno ha chiesto le dimissioni dell’ex capo del Dap Basentini o del ministro Alfonso Bonafede. Evidentemente le indignazioni vengono veicolate solamente quando scatta la detenzione domiciliare proprio per garantire il diritto alla salute.Nel rapporto si legge che il Garante nazionale, rilevando che le peculiarità della collocazione delle persone detenute in alta sicurezza in istituti della Sardegna, rischia frequentemente di determinare la compressione di diritti fondamentali quali quello alla salute, al mantenimento delle relazioni affettive, all’accesso a piani trattamentali individualizzati, all’espressione della propria pratica religiosa, «raccomanda al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria la considerazione soggettiva delle persone assegnate a Istituti della Sardegna in funzione della collocazione più consona ai singoli percorsi riabilitativi e la valutazione delle richieste di trasferimento, anche temporaneo, in termini tali da non pregiudicare i diritti fondamentali della persona in favore di esigenze di sicurezza altrimenti perseguibili». Ma è passato un anno e ancora nessuna risposta.

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