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I tentacoli dell’inchiesta sul Csm: si dimette il capo Gabinetto di Bonafede

Fulvio Baldi si è dimesso dopo la pubblicazione di intercettazioni tra lui e Luca Palamara, indagato dalla procura di Perugia e al centro dello scandalo nomine al Csm
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Caos Csm, si dimette il capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia

Il capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, Fulvio Baldi, si è dimesso ieri sera, dopo un colloquio con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Formalmente le dimissioni sono state giustificate da “ragioni personali”, ma sono state rassegnate proprio all’indomani delle intercettazioni pubblicate dal Fatto Quotidiano. Da queste risulta una sua conversazione con Luca Palamara, il pm romano al centro dell’inchiesta sulle nomine del Csm.

Il suo posto è stato preso, per ora, dal capo dell’ufficio legislativo del Ministero, Maurio Vitiello (toga di Area), e Bonafede ha ringraziato Baldi per il lavoro portato avanti dal giugno 2018.

Le intercettazioni

Fulvio Baldi, toga di Unicost, è finito nelle intercettazioni di Luca Palamara, anche lui magistrato di quella corrente. Baldi non è indagato ma gli stralci dei colloqui pubblicati sul Fatto Quotidiano ne hanno di fatto provocato le dimissioni. Baldi viene chiamato “Fulvietto” da Palamara, il quale gli raccomanda una collega: “Te la porto qua stai tranquillo, perché è una considerazione che ho per te, un affetto che ho per te e lo meriti tutto”. E ancora: “Se no che cazzo li piazziamo a fare i nostri?”.

Baldi, dunque, è un’altra vittima eccellente – dopo i 5 togati autosospesi dal Csm – della fuga di notizie dal fascicolo d’indagine della procura di Perugia, titolare dell’inchiesta contro Palamara.

L’imbarazzo di Bonafede

Le dimissioni di Baldi sono l’ennesima tegola in testa al ministro della Giustizia, dopo la polemica in diretta tv con il membro del Csm, Nino Di Matteo sulla nomina al Dap e la falla di sistema che ha portato ai domiciliari dei presunti boss mafiosi.

Proprio per questo, il Guardasigilli dovrà difendersi al Senato, il 20 maggio, da una mozione di sfiducia presentata dall’opposizione, su cui Italia Viva non ha ancora sciolto le riserve e, per votare contro, punta a ottenere il blocco dello stop alla prescrizione.

Caos Csm, le intercettazioni avevano anche “schedato” i giornalisti

A inizio maggio, il quotidiano La Verità ha pubblicato stralci di intercettazioni dell’inchiesta contro Palamara, che rivelavano i suoi contatti con i giornalisti. Tutte intercettazioni, però, che non hanno alcun elemento di rilevanza con l’inchiesta in corso.

Nell’informatva dell’inchiesta compare il nome della giornalista di punta del quotidiano La Repubblica, Liliana Milella, che il giorno in cui il suo giornale ha pubblicato la notizia dell’indagine avrebbe chiamato Palamara, che era una sua fonte.

“La Milella riferisce che ha saputo dell’articolo leggendolo all’1,30 di notte e dice di aver sbagliato a non chiamarlo prima, ma a lei non avevano detto nulla dal suo giornale. Se lei avesse chiamato prima Palamara ‘l’avremmo scritta, ma non in questo modo’. La stessa, in un’altra telefonata, avvisa il pm che la collega Maria Elena Vincenzi sta andando sotto casa suà, probabilmente per cercare di strappare una dichiarazione».

Nell’informativa ci sono anche alcune chiamate di Francesco Grignetti della Stampa, alla ricerca di notizie sull’inchiesta.

C’è anche un capitoletto su Giovanni Bianconi, inviato del Corriere della Sera, dall’inizio in prima linea nello spingere mediaticamente l’inchiesta. Agli atti finiscono persino le telefonate per organizzare un incontro di persona con Palamara. Poi per il resto i finanzieri riportano alcune considerazioni di Palamara su Bianconi, che viene definito “vicino ai servizi segreti” e “cassa di risonanza del gruppo di potere attuale”.

LEGGI ANCHE | I giornalisti finiti nella rete delle intercettazioni

 

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