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Bonafede dimentica i tre morti di Covid in carcere e i14 morti delle rivolte

Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia
Il Guardasiglli relaziona sull'emergenza Covid negli istituti di pena e sbaglia e proprio nel punto più critico: il numero dei decessi. Uno per il Guardasigilli, quattro stando alle cronache
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Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dà i numeri sull’emergenza Coronavirus in carcere. In parte sbagliando e proprio nel punto più critico: il numero dei decessi. Uno per il Guardasigilli, quattro stando alle cronache, senza contare i 14 morti durante le rivolte. Una nota dolente passata in sordina durante l’audizione. Davanti alla Commissione giustizia della Camera, Bonafede rende conto delle misure adottate e della ratio alla base delle stesse. Attribuendo la responsabilità delle scarcerazioni, in parte, alla legge 199 del 2010, che anzi avrebbe trovato nel Cura Italia un limite e una semplificazione. «Le misure normative sanitarie adottate hanno permesso di scongiurare, nella cosiddetta Fase uno, la diffusione massiva del contagio nelle carceri italiane», ha sottolineato Bonafede, che ha confermato la presenza attuale di 110 detenuti positivi, tre ricoverati e 98 guariti. Il dato certo è però questo: «la concentrazione di persone comporta un aumento del rischio di contagio», anche se, spiega Bonafede, come confermato dal comitato tecnico scientifico il rischio di contagio al 41 bis è «minimo». Il governo ha deciso di intervenire «senza intaccare il principio della certezza della pena, evitando al contempo una congestione delle presenze dovuto al possibile malfunzionamento delle leggi vigenti». Colpa delle norme passate, dunque. Il Conte bis, costretto a fare i conti con il sovraffollamento e la pandemia, si è limitato a concedere i domiciliari a tutti detenuti con un residuo di pena inferiore a 18 mesi, esclusi i condannati per delitti gravi e quelli coinvolti nelle rivolte.

Dai 61.235 reclusi del 2 marzo, dunque, si è scesi ai 53.524 del 12 maggio. Un calo, ci tiene a precisare il ministro, sui cui «il decreto legge Cura Italia ha avuto un’incidenza molto ridotta» : 2348 sono infatti usciti grazie all’applicazione della legge 199 del 2010 e solo 903 con il Cura Italia. Con l’inizio della fase due, l’amministrazione ha avviato le procedure per permettere la ripresa graduale dei colloqui di persona, mentre è stata disposta l’immissione anticipata di 1100 nuovi agenti di polizia penitenziaria, di cui 300 hanno già preso servizio nella sede destinazione. Per quanto concerne i detenuti sottoposti al 41 bis e gli appartenenti al circuito dell’alta sicurezza, sono 498 – di cui quattro al carcere duro quelli finiti ai domiciliari. Di questi, 253 sono in attesa di giudizio, 195 già condannati e 35 in affidamento ai servizi sociali, mentre uno è tornato in carcere già martedì scorso. «La lotta alla mafia è prioritaria nell’azione di governo», conclude Bonafede, ed è per questo che l’ultimo decreto legge ha previsto una rivalutazione delle scarcerazioni motivate da esigenze di carattere sanitario, tramite l’acquisizione del parere della Dda coinvolta e della Dna, sulla cui base l’autorità giudiziaria deciderà se sussistono le condizioni per rimanere fuori dal carcere, valutando inoltre la disponibilità di altre strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta «idonei ad evitare il pregiudizio per la salute del detenuto».

 

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