Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Sondaggi in crescita e divisioni: la strana crisi dei 5Stelle indebolisce soprattutto il premier

Il presidente del Consiglio, zavorrato dalle divisioni del Movimento 5 Stelle, fatica e perde consensi
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Dopo un braccio di ferro estenuante i 5S si sono arresi. La regolarizzazione degli immigrati irregolari è sostanzialmente quella prevista dall’accordo raggiunto domenica notte e poi fatto saltare dal M5S nonostante il reggente Crimi lo avesse sottoscritto.

I permessi saranno di sei mesi, come chiedeva la ministra renziana Bellanova che martedì era tornata a minacciare le dimissioni. La platea resta circoscritta: gli invisibili resteranno tali ma la realtà è che l’ipotesi di regolarizzare tutti non è mai stata sul tavolo. A muovere la campagna di Iv non è stata una pulsione umanitaria ma la scelta di difendere gli interessi delle aziende agricole e di Coldiretti, proprio come il partito di Renzi sta facendo con Confindustria. A questo fine.

Il danno d’immagine prodotto dalle resistenze dei 5S è stato enorme, quasi incalcolabile. Non è stato il solo ostacolo a rallentare il dl Rilancio, varato infine con un mese e passa di ritardo. Ma è stato il più difficilmente sormontabile, il più vistoso, il meno comprensibile. La vicenda ha restituito l’immagine, cancellata quasi dalla crisi sanitaria, di una maggioranza lacerata e ingovernabile. Lo scotto più pesante lo ha pagato Conte che ha perso nel vortice degli scorsi giorni parte della popolarità acquisita nella lotta contro il coronavirus. Certo, la lentezza e gli intoppo con cui arrivano i sostegni morde molto più a fondo, ma la giostra sugli immigrati è diventata il vessillo di tutti i rallentamenti, da quello delle casse integrazione straordinarie a quello dei crediti alle imprese.

Quei ritardi, infatti, hanno evidenziato i limiti della macchina italiana, arrivati al pettine tutti insieme, e quelli di un governo che non li ha saputi per ora affrontare con la dovuta energia e drasticità. Ma la rissa sui permessi evidenzia un problema ancora più strutturale, che attiene al dna stesso del governo e della maggioranza. La diagnosi è semplice, il rimedio però quasi introvabile. I 5S non esistono più. Sotto quella sigla convivono ormai 3 o 4 aree diverse e la decisione di rinviare gli Stati generali e dunque la nomina del nuovo leader all’autunno, contrastata invano da Casaleggio, si sta rivelando esiziale. Quelle aree in conflitto permanente non hanno infatti neppure un punto di riferimento dotato di qualche autorevolezza al quale ricorrere.

Il solo collante è Giuseppe Conte e la necessità di difendere il suo governo. Il problema è che i 5S da un lato trovano nel premier indicato da loro il solo elemento capace di tenerli insieme, dall’altro sopportano sempre meno il controllo che oggettivamente Conte esercita e che sta trasformando agli occhi degli elettori i 5S ogni giorno di più in una riottosa ma alla fine obbediente massa di manovra del premier.

Di qui all’autunno ci sono almeno due occasioni nelle quali la tenuta dei 5S, o quel poco che ne resta, sarà di nuovo messa a durissima prova. La prima è il Mes. L’ala dura del Movimento, con Di Maio che la sponsorizza e la sostiene ma senza davvero guidarla e Di Battista che soffia sul fuoco, è decisa a fare del prestito europeo l’occasione per riportare i 5S, progressivamente annacquati dalla guida di fatto di Conte, alle origini. La seconda occasione sarà la ricostruzione, quando tutti i dogmi dei 5S in materia di opere pubbliche dovranno essere violati, a partire dal codice degli appalti.

Se passerà indenne queste prove, evitando la scissione ormai non più sulla base di un progetto comune ma solo su quella del calcolo di opportunità, autunno il Movimento dovrà sciogliere le sue ambiguità senza più ripararsi senza la favola del ‘ né di destra né di sinistra’. Ma che poi una sinistra che è sempre più decisa a confermare e rinsaldare l’accordo col Pd e una destra che non nasconde qualche nostalgia di Salvini e comunque non intende restare vincolata al Pd accettino il verdetto degli Stati generali e si pieghino alla linea dei rivali è poco probabile.

Prima del coronavirus il M5S era il ventre molle della maggioranza. Oggi lo è molto di più, nonostante i sondaggi li diano di nuovo in crescita dopo il crollo verticale degli ultimi due anni.

 

Ultime News

Articoli Correlati