Commenti & Analisi 12 May 2020 15:00 CEST

Senza Europa, affonda il debito pubblico. Facciamo da soli, sfida immaginifica

Senza l’aiuto della Bce e di fronte ad un attacco speculativo, il prezzo delle nostre obbligazioni sul mercato secondario crollerebbe in maniera inevitabile

Ho letto con interesse sulla prima pagina del Dubbio, la riflessione di Ugo Intini sulle prospettive catastrofiche dello scenario italiano nel caso di indugi, proposte o comportamenti che allontanassero la nostra Stella Polare dall’Unione Europea e dalla BCE.

In effetti, sembrano tre le minacce alla Bella Italia di cui preoccuparsi. La prima non è contemplata da Intini, ma merita di essere considerata: oggi assistiamo ad una caduta della domanda interna dovuta ai consumi delle famiglie oltre che degli investimenti pubblici. Se tale caduta non verrà urgentemente e adeguatamente contrastata con ogni metodo, determinerà un crollo dell’offerta interna perché le piccole imprese chiuderanno per non riaprire ( le piccole imprese funzionano bene in condizioni di mercato “che tira”, ma sono più vulnerabili delle grandi nel caso contrario).

Il governo si è preoccupato della disponibilità di credito, sottovalutando che – nelle attuali circostanze ( ben diverso sarebbe stato prima dell’emergenza) – le piccole imprese non intravvedono scenari di sviluppo tali da consigliare ulteriori debiti: se il fatturato non cresce come faranno a ripagare i costi ordinari e gli ulteriori debiti?

Dopo la chiusura delle imprese potrebbe determinarsi lo scenario peggiore: il calo dell’offerta maggiore di quello della domanda ovverosia aumento dei prezzi ( in condizioni di disoccupazione) e aumento delle importazioni.

Un governo saggio dovrebbe fare qualunque cosa adesso ( moneta parallela, buoni acquisto, certificati di credito fiscale, ecc.) perché le stesse misure, quando l’offerta interna sarà compromessa, determinerebbero inflazione e deficit commerciale.

La seconda minaccia – e Intini fa bene a rigirare il coltello nella piaga – riguarda la tenuta del debito pubblico. Senza l’aiuto della BCE e di fronte ad un attacco speculativo, il prezzo delle obbligazioni crollerebbe sul mercato secondario. Un’ottima occasione per comperarle da parte dei risparmiatori che guadagnerebbero tre volte: sul prezzo, sul rendimento ( rispetto al denaro, così, parcheggiato nei depositi e nei conti correnti) e ottenendo garanzie inequivocabili dallo Stato. Alternative: una patrimoniale pazzesca. Sarebbe, quindi, di comune interesse, modificare i portafogli dei benestanti in alternativa alla scelta tra più tasse e la fuga all’estero.

Questo vuol dire che, finita la pelosa disponibilità della BCE e della UE, ci sarebbe ancora vita in Italia, purché si operasse nell’unica direzione possibile ( visto che, ad esempio nel 2019, 224 miliardi delle nostre tasse, sono stati assorbiti dall’ammortamento dei titoli scaduti e altri 70 per pagamento degli interessi).

La terza minaccia è sistemica: ben prima di questa emergenza era già chiaro che oltre il 70% degli investimenti produttivi presentavano una redditività insufficiente per la semplicissima ragione che l’economia del debito è superata in tutto il mondo: dove i margini di redditività sono alti ( circa il 30% del totale delle attività) la domanda di lavoro è decrescente e lo sarà sempre di più ( Industria 4.0, robotizzazione, Intelligenza artificiale); dove avremmo disperato bisogno di risposte e dove, quindi, sarebbe possibile creare milioni di posti lavoro – vale a dire nei servizi di cura delle persone e dell’ambiente, di recupero del patrimonio esistente – i costi supererebbero il fatturato.

Questa emergenza ci dà la possibilità di intervenire con moneta non a debito: la BCE potrebbe farlo come la FED e tante altre banche Centrali, in condizioni così eccezionali.

Se ciò non accadrà il “Facciamo da soli” di Giuseppe Conte dovrà essere la sfida per questa generazione e le successive, la nuova frontiera da conquistare. Europa sì, Europa no è un mero esercizio teorico e propagandistico: prenderemo l’unica strada possibile, quella che porta a risolvere i problemi con nuovi approcci, non ad aggravarli con vecchie e fallimentari ricette.

 

 

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