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«Dalle accuse può difendersi, dal Covid no. Liberate mio marito: lo chiede anche il pm»

Intervista a Roberta Cornaglia, moglie dell'ex assessore regionale del Piemonte Roberto Rosso, in carcere da dicembre
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«Cosa mi aspetto? Che dopo cinque mesi di detenzione preventiva, senza nemmeno un rinvio a giudizio, mio marito possa tornare a casa». Roberta Cornaglia è preoccupata. Ha appena finito di parlare con suo marito durante una delle otto telefonate mensili concesse ai detenuti, quattro in più rispetto al periodo non emergenziale. Suo marito è Roberto Rosso, ex consigliere regionale del Piemonte, eletto tra le fila di Fratelli d’Italia e arrestato il 20 dicembre scorso con l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso. Un’accusa pesante, ma non è di quello che Roberta Cornaglia vuole parlare. «Dalle accuse ci si può difendere in tribunale – racconta al Dubbio -, rimanere in attesa senza esser stati condannati, invece, è aberrante». Anche perché il pm aveva dato parere favorevole alla scarcerazione, parere che, comunque, non ha convinto il giudice.

Come sta suo marito?

Bene, è provato ma sta bene. Ma la situazione in carcere, in presenza dell’emergenza coronavirus, è molto preoccupante.

Che situazione c’è nel carcere delle Vallette?

C’è chi parla di 100 contagiati, in parte ancora in stato di detenzione e più o meno isolati. Quello che posso dire con assoluta certezza è che le misure di sicurezza, lì dentro, non esistano. Perché non è possibile che esistano: dalle mascherine alla sanificazione, passando per la distanza di sicurezza, non c’è nulla.

Suo marito ha problemi di salute?

Non ha il coronavirus o per lo meno non ha sintomi. Ma ha altri problemi. Ha una patologia pregressa, è un uomo di 60 anni e rientra tra i soggetti fragili anche secondo l’Oms. E si trova in un luogo dove, comunque, la diffusione del virus è probabilissima e può propagarsi molto velocemente. Io mi occupo di sicurezza per le aziende e ho contezza delle disposizioni date dal governo e so che lì è impossibile applicarle. Senza contare che è impensabile sperare nei tamponi: non li fanno fuori dal carcere, figuriamoci dentro. E non ci sono detergenti.

Le sue sono condizioni di salute compatibili con il carcere?

Faccio una premessa: fin dall’inizio di questa storia la nostra famiglia ha deciso di non parlare di ciò che riguarda le indagini, affinché non venga strumentalizzato nulla di ciò che dico. Detto ciò, noi riteniamo che non possa stare in carcere nel suo stato. Però l’ultima parola spetta al giudice.

I suoi legali hanno presentato istanza di scarcerazione?

Sì e il pm, per due volte, ha dato parere favorevole, ritenendo che le esigenze cautelari si fossero affievolite. Il giudice ha però ritenuto di non seguire l’indicazione della procura.Per gli inquirenti a fondamento della misura cautelare a carico di suo marito c’è il rischio di reiterazione del reato, in quanto politico.

Ha ancora rapporti che possano giustificare tale rischio?

Mio marito si è dimesso immediatamente da tutte le cariche. La mattina dell’arresto, mentre eravamo al comando della Guardia di Finanza, ha scritto di suo pugno su un foglio le sue dimissioni dalla carica di assessore, che poi io ho trascritto a casa e consegnato a chi di dovere. E lo trovo corretto, perché il reato che gli contestano è comunque grave. Roberto è stato 40 anni nelle istituzioni, ha servito lo Stato, era un avvocato, ha dedicato la sua vita alla politica. Il 27 dicembre, poi, prima data utile, si è dimesso da tutte le altre cariche elettive. Il pericolo di reiterazione, dunque, non c’è più, e al di là del fatto che ormai è un politico bruciato non ci sono elezioni nel breve e medio termine. E se anche ci fossero, con un processo in vista non si candiderebbe comunque, a prescindere che quell’accusa sia giusta o meno.

Da quando è iniziata l’emergenza la situazione in carcere non è cambiata?

Non è cambiato nulla, è rimasto tutto uguale. Certo, qualche detenuto è stato scarcerato, il carcere adesso è un po’ più spazioso – al 30 aprile i detenuti erano ancora 1.270 su una capienza di 1.052, ndr) -, ma non hanno alcuna possibilità di mantenere le distanze o avere presidi di protezione.Suo marito lavora lì dentro?Sì, in biblioteca, come volontario, due ore al mattino e una e mezzo al pomeriggio. Ed è una fortuna, perché questo gli consente di scandire il tempo, di farlo passare. È molto importante.

E nemmeno lì usufruisce di presidi di sicurezza?

No, non ha igienizzanti, né mascherine, né guanti. Gli unici con la mascherina sono le guardie, come vedo anche durante le videochiamate.

Quand’è stata l’ultima volta che l’ha visto dal vivo?

L’8 marzo. Dal 20 marzo ci è stato concesso di fare videochiamate una volta a settimana, che durano 25 minuti. E le telefonate sono passate da quattro ad otto al mese, ciascuna di 10 minuti.

Ci sono anche altre limitazioni che la preoccupano?

Da quando il carcere è stato chiuso alle visite, l’unico modo per fargli avere dei vestiti è spedire un pacco. Ma i detenuti non possono più restituire i panni sporchi alla famiglia e utilizzano la lavanderia interna. Ora, al cambio di stagione, non possono più ricevere altro, perché gli spazi sono limitati e non possono conservare i vestiti. Ma la cosa peggiore, a mio avviso, è il fatto di poter inviare soldi solo tramite bonifico. Io non ho problemi, ma la maggior parte delle famiglie dei detenuti non ha gli strumenti o le capacità per farlo. Molti non hanno nemmeno un conto corrente o un computer. Quando ci incontravamo al carcere spesso li aiutavo io al totem. Per i detenuti con familiari giovani sarà più semplice, ma per una madre anziana che deve inviare soldi al figlio, magari una somma modesta, è più complicato. Ed è molto importante per loro, per comprare del cibo.

La mensa non basta?

La mensa è terribile. Mio marito mangia tutto, non è uno che si fa problemi, si adatta benissimo. Ma lì dentro nemmeno la pasta è commestibile. E se non hai i soldi per mangiare diventa un problema serio. È molto più duro, in un momento come questo in cui il detenuto è privato anche del contatto con il familiare e dei beni di prima necessità, sopportare una detenzione carceraria.

Vuole mandare un messaggio al governo?

Io ritengo che l’istituto della misura cautelare, la carcerazione preventiva, in uno Stato di diritto in cui si è innocenti fino a condanna definitiva e nel quale vige il principio di innocenza, sia aberrante, soprattutto quando non c’è una pericolosità sociale così elevata. Ci saranno una fase e un tempo in cui potrà parlare la difesa e un tempo in cui verrà giudicato, ma adesso non capisco che senso abbia tenerlo lì.

A che punto è la vicenda giudiziaria di suo marito?

C’è stata la richiesta di rinvio a giudizio, ma l’udienza era prevista per il 15 aprile e ovviamente è saltata.

Cosa si aspetta che cambi in queste settimane?

Mi aspetto che essendo trascorso dell’altro tempo possa essere rivalutata la sua posizione e possa almeno usufruire dei domiciliari, essendo in attesa di giudizio. Che possa tornare a casa, con il braccialetto elettronico. Qualunque cosa ci chiedono di fare la faremo sicuramente. Mi auguro solo quello. Dalle accuse ci si può difendere, ma stare in carcere in attesa senza nemmeno essere condannati quando è accertata la non pericolosità diventa irragionevole.

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