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«Il Covid è stata una sveglia: ci ha fatto capire quanto sia vitale la banda ultralarga»

Il sottosegretario Gian Paolo Manzella: «In un momento in cui è chiara l’importanza della didattica online, diamo la possibilità a 32mila plessi di accedere alla Bul»
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Sottosegretario 09, perché la Banda Ultralarga è così importante per l’Italia? 

È importante prima di tutto perché siamo un Paese che ha un problema di digitalizzazione del nostro tessuto di impresa e della nostra società in generale. I dati Istat ci dicono che solo quattro imprese su 10 utilizzano una connessione fissa ultraveloce e che solo il 14% vende on line, che ancora sono troppo poche le persone e i professionisti che fanno un utilizzo continuativo del digitale. La Banda Ultralarga, la Bul come si dice in gergo, è una infrastruttura che parla un po’ a tutti. Ed è qui anche il suo valor simbolico. In un Paese con troppi divari agirà come un sistema nervoso, capace di unire il Paese e aiutare le imprese a digitalizzarsi ed essere più competitive e le famiglie ad avere servizi migliori. In questo il Covid 19 è stato un grande risveglio collettivo: ha fatto capire quanto nella vita di tutti i giorni è essenziale essere collegati.

Però il piano strategico per la banda ultralarga è partito nel 2015, cinque anni fa…

Sicuramente è maturato un ritardo, stimato attorno ai 12-18 mesi, ma Infratel e il concessionario Open Fiber hanno cambiato passo anche grazie allo sforzo del Governo per velocizzare i permessi di scavo. Infatti, nel valutare questo ritardo non dobbiamo dimenticare che la BUL è una infrastruttura molto complessa anche sotto il profilo amministrativo. Ci sono circa 100mila permessi in gioco e sappiamo cosa significhi, in un paese come l’Italia, ottenere 100mila autorizzazioni. La chiave è far sì che la Bul sia sentita un’infrastruttura strategica da ogni attore dell’amministrazione: dal più piccolo comune ai ministeri.

E quali misure sono state predisposte per ridurre il digital divide?

Guardi, abbiamo messo in campo voucher per 1,1 miliardi proprio per avvicinare al digitale tre soggetti cruciali. In primis le scuole. In un momento in cui è chiara l’importanza della didattica online, diamo la possibilità a 32 mila plessi, quasi l’80% del sistema scolastico, di accedere alla Bul. Il secondo punto è avvicinare le famiglie più bisognose al digitale. Perché se è evidente che nel mondo di domani ci sarà una differenziazione tra chi sa stare sul digitale e chi no, noi dobbiamo stimolare la domanda di quella parte di società che senza un aiuto pubblico non avrebbe acquistato il servizio di connessione. Il terzo punto sono le imprese: qui si gioca una parte della loro competitività anche rispetto a concorrenti già connessi con banda ultralarga.

Quante imprese potranno beneficiare dei voucher? 

Circa 430mila, in un’iniziativa che è stata fortemente voluta dalle Regioni, che hanno intercettato in maniera chiara questo bisogno.

È vero che ci sono regioni che hanno aderito prima di altre al piano strategico banda ultralarga, come la Campania?

In generale le regioni stanno giocando un ruolo molto importante. La Conferenza delle Regioni è uno stimolo fondamentale. In alcuni casi le regioni stanno organizzando conferenze dei servizi per mettere attorno al tavolo tutti gli attori e semplificare gli aspetti amministrativi; in altri agiscono da facilitatori, aiutando i Comuni nell’affrontare gli aspetti amministrativi dell’attuazione della Bul; in altri ancora sostengono le pmi innovative e l’ecosistema startup da cui discendono soluzioni per servizi come telemedicina e teleassistenza. In questo quadro regioni come la Campania stanno facendo le scommesse giuste, anche grazie ai fondi europei. Qualche mese fa sono stato a visitare Buzzoole, una impresa innovativa nel marketing digitale nel cuore di Napoli. Ed è stato interessante capire che se davanti a questa società ci sono il mercato mondiale e utilizzi sempre più sofisticati dell’Intelligenza artificiale, dietro c’è l’Università di Salerno, dove ha studiato uno dei due fondatori, e i tanti talenti meridionali dell’informatica.

Parliamo del “pacchetto start up” su cui sta lavorando il ministero dello Sviluppo Economico?

Sì, in questi giorni stiamo definendo un “Pacchetto start-up” che risponda ai problemi che sta attraversando del settore. Ci sarà un Fondo di circa 150milioni euro per erogare prestiti partecipativi alle start up. Un’azienda che ha bisogno di liquidità presenta la propria domanda al Fondo, che potrà partecipare finanziariamente, necessariamente in parallelo al finanziatore privato. Gli altri strumenti sono incentivi fiscali per chi investe nelle start up e per le startup che investono in ricerca. Ci saranno poi l’accesso al Fondo centrale garanzia per ottenere finanziamenti e un adattamento di Smart &Start di Invitalia per seguire le start up quando diventeranno PMI. E poi risorse per portare la cultura startup nelle nostre Università: i casi che ci sono di grande interesse e dobbiamo moltiplicarli.

Le start up sono trattate, a tutti gli effetti, come un pezzo dell’economia?

Certamente. Noi dobbiamo capire che è un mondo sempre più centrale nella nostra economia. Passata l’emergenza sanitaria, in cui hanno mostrato il loro potenziale, le startup devono far parte della strategia industriale italiana. Rappresentano il nostro futuro. Però in conclusione vorrei aggiungere un’altra cosa su questa presenza del pubblico nell’economia di cui tanto si parla.

Dica pure…

Vede io penso che più che uno “Stato imprenditore” dobbiamo volere uno “Stato imprenditoriale”. E cioè uno Stato che ragiona per obiettivi, che applica logiche di costi e benefici in ogni sua scelta, che applica l’intelligenza artificiale per migliorare le sue decisioni, che lavora con team multidisciplinari, che guarda a quello che si fa nel mondo per migliorare le proprie prestazioni, che impara a comunicare meglio i propri risultati. Ecco io penso che dobbiamo volere questo. Uno Stato che pensi oggi a come attrezzarsi per quello che succederà almeno tra 5 anni. Proprio come fa una impresa.

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