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Walter Verini: «I domiciliari concessi ai boss non sono colpa di Bonafede, il decreto chiuderà la falla»

Verini blinda Bonafede: «Sulla polemica sollevata da Nino Di Matteo io la penso come Spataro: il suo comportamento non ha fatto onore alle istituzioni. Un ministro non deve rendere conto a un magistrato»
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Sono stati giorni di passione, a Via Arenula. Un uno- due – prima l’attacco di Nino Di Matteo in diretta tv e poi le polemiche sui domiciliari a condannati per mafia per ragioni sanitarie – che ha letteralmente travolto il ministro Alfonso Bonafede, intorno al quale però ha fatto quadrato anche il Pd. «Sulle scarcerazioni ci sono state delle falle serie, inaccettabili, nel sistema che correggeremo anche con il decreto. Ma questo governo e il ministero della Giustizia hanno sin dall’inizio contrastato la mafia, con i fatti», sintetizza il responsabile giustizia dem, Walter Verini.

Eppure le opposizioni hanno chiesto compatte le dimissioni di Bonafede.

Le opposizioni hanno scelto la strada del manovrismo parlamentare: legittimo ma assolutamente sbagliato. In questo momento, invece che giocare al tiro al bersaglio con sfiducie individuali, sarebbe opportuno concentrarci tutti per contrastare di più e meglio le mafie, dentro le carceri e nel Paese. Mi sembra una mozione di sfiducia dal puro sapore propagandistico.

Il Guardasigilli sta tentando il dietrofront via decreto, per riportare in carcere chi è stato messo ai domiciliari. Condivide l’iniziativa?

E’ evidente che nel sistema ci sono state delle falle: sono ai domiciliari persone il cui posto è in carcere e dovrebbero essere curate lì, nel rispetto dei diritti della persona. Dunque è giusto intervenire. Però la questione va ricostruita dall’inizio: dalle prime rivolte in carcere a causa del virus in situazione di sovraffollamento, i detenuti sono diminuiti da 61mila a 53 mila. Questo è avvenuto in parte grazie anche al primo decreto Cura Italia, in cui era stata prevista una norma contro il sovraffollamento che però escludeva i detenuti per reati ostativi, per mafia, terrorismo e violenza di genere. Nel decreto successivo è stato previsto che i magistrati di sorveglianza debbano chiedere il parere di Procura e Direzione nazionale antimafia per le richieste di domiciliari di detenuti per reati di mafia. Ora, poiché evidentemente ai domiciliari sono finiti anche detenuti che dovrebbero rimanere in carcere, stiamo predisponendo un decreto che vi ponga rimedio. Ma la falla non è responsabilità diretta né del governo né del ministro Bonafede.

Ma il decreto non rischia di violare l’autonomia della magistratura?

No, il principio dovrá essere rispettato in modo rigoroso. Il decreto dovrà prevedere che i magistrati di sorveglianza che hanno concesso i domiciliari valutando la situazione sanitaria e lo stato della pandemia, insieme allo stato soggettivo del detenuto, siano tenuti a rivalutare, a distanza di qualche settimana, se le condizioni per le quali hanno preso il provvedimento siano mutate o meno. Insomma, il decreto terrà insieme il rigore antimafia e il rispetto della Costituzione. E. Il ti provvedimenti risalgono a gìà a un mese fa. A questo proposito mi riconosco pienamente nelle parole del magistrato Tamburino, già coordinatore dei giudici di sorveglianza e già capo del DAP.

Così facendo, Bonafede non rischia una sterzata giustizialista?

È evidente che nell’humus dei 5 stelle c’è stata storicamente una predisposizione a quello che, per comodità, si può chiamare giustizialismo. Ma questo oggi non caratterizza la politica del governo. Personalmente, ritengo sbagliata una contrapposizione tra giustizialismo e garantismo: noi siamo per la giustizia giusta e per le garanzie. Garantismo è un termine di cui si è abusato troppo: anche Salvini si dice garantista, ma solo a corrente alternata e non con i poveri della terra. Bisogna farla finita con questa contrapposizione spesso strumentale allo scontro politico e battersi per una giustizia che abbia in sè il rispetto profondo di diritti e garanzie, rifiutando sia semplificazioni “giustizialiste” che poi si ritorcono anche contro chi le alimenta, sia garantismi speciosi.

L’altro fronte caldo per Bonafede è la polemica innescata da Nino Di Matteo.

Io credo che sia fuori da ogni grammatica istituzionale il fatto che un magistrato membro del Csm vada in televisione a chiedere conto al ministro della Giustizia delle sue scelte. Mi ritrovo nelle parole di Armando Spataro: il comportamento di Di Matteo non fa onore alle istituzioni. Del resto, la sua condotta è stata stigmatizzata anche dall’Anm e dai laici del Csm di area 5 Stelle. Un ministro non deve rendere conto a un magistrato di scelte di competenza ministeriale e del Consiglio dei ministri.

Si aspettava un intervento così a gamba tesa da parte di Di Matteo?

Di Matteo è un magistrato rispettabile a cui va riconosciuta gratitudine per il suo coraggioso impegno antimafia, anche se, personalmente, ho avuto pesanti perplessità sulle modalità con cui si è rapportato a un’istituzione di garanzia come Quirinale nell’inchiesta Trattativa. Del resto, Di Matteo non è nuovo a esternazioni più che borderline: l’anno scorso è stato rimosso dal pool “stragi” dal procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, proprio in seguito a esternazioni non consone durante un’intervista.

Nessuna ombra, dunque, sulla nuova nomina al Dap?

Dino Petralia proviene dalla magistratura antimafia e saprà interpretare questo ruolo al meglio. La sua nomina, insieme a quella di Roberto Tartaglia, è un segnale forte contro i mafiosi nelle carceri, ma ricordo che il tema carcerario è molto ampio e diversificato e non si può esaurire col 41 bis. Su questo punto lancio un appello al mondo dell’antimafia: è il momento questo forse di fare quadrato, unendo le forze in questa fase così delicata per il paese, senza divisioni.

La giustizia, tuttavia, è tornata terreno di scontro politico.

Purtroppo è così da anni, ma l’Italia dopo la pandemia sarà chiamata a ridisegnare il suo futuro su basi radicalmente nuove anche nella giustizia. Bisogna aggiornare il mondo della giustizia alle esigenze del Paese e i capi saldi sono legalità, trasparenza e velocità. Serviranno anche le nuove tecnologie come il processo da remoto, ma sempre garantendo, sul fronte penale, le garanzie del diritto di difesa. Serviranno grandi cambiamenti, non un ritorno alla normalità pre- coronavirus.

Ma oggi Bonafede è in bilico e ieri Bellanova ha minacciato le dimissioni. Questo governo è abbastanza forte per riformare il Paese?

Questo governo ha delle fragilità ma, al tempo stesso, non esistono alternative. C’è una strada obbligata per il Paese: che questa alleanza si rafforzi, trasformandosi da alleanza quasi per caso in alleanza fondata sulla condivisione dei progetti e dei programmi funzionali a un Paese nuovo. Questa maggioranza deve avere come interlocutore l’Italia intera, dando risposte anche inedite. A tenere insieme il nostro governo non è un contratto come quello che c’era tra 5 Stelle e Salvini, ma deve essere una visione comune, un’alleanza stabile che permetta di allargare gli orizzonti ed essere riferimento per l’italia che vuole ripartire.

 

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