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Un detenuto muore di Covid. L’accusa dei familiari: “Omicidio colposo”

L'uomo soffriva di varie patologie. Ora i familiari vogliono capire se le istituzioni hanno tutelato la sua salute
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Se le mancate risposte per i trasferimenti presso strutture mediche nei confronti di un detenuto accusato o condannato per reati di mafia con gravi patologie fanno indignare quando viene concessa la detenzione domiciliare, c’è silenzio assoluto quando invece il recluso muore anche a causa dei ritardi. Nessuna indagine da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), nessuna ispezione da parte del ministero della giustizia per verificare se ci siano state qualche omissione o, addirittura, responsabilità sulla morte del detenuto. È il caso del presunto boss Vincenzo Sucato , primo morto di coronavirus a causa delle sue gravi patologie pregresse e in custodia cautelare presso “La Dozza” di Bologna.

L’avvocato Domenico La Blasca, per volere dei familiari ha presentato un esposto presso la procura di Palermo richiedendo urgentemente il sequestro di tutta la documentazione per tutelare la genuinità delle prove. Il motivo? L’avvocato chiede alla procura di accertare i fatti per verificare se sussistano condotte penalmente rilevanti, tra i quali l’omicidio colposo. «Quando è iniziata la diffusione nella popolazione italiana del virus Covid 19 chi era responsabile della tutela della salute del Sucato Vincenzo sapeva, o ha colposamente trascurato, che si trattava di un soggetto ad elevatissimo rischio sia di contaminazione che di morte quasi certa in caso di contagio», si legge nella denuncia. Ma cosa sarebbe accaduto? Come mai c’è la richiesta di verificare se ci siano stare responsabilità da parte dei responsabili dell’istituto penitenziario bolognese, tra i quali la direzione sanitaria? L’esposto ripercorre la cronologia dei fatti. Un vero e proprio calvario, trasferimenti in istituti non adatti per le patologie che aveva il recluso e soprattutto ritardi nel dare la documentazione clinica e inviati solo dopo un ulteriore sollecito da parte del giudice che doveva decidere sui domiciliari. Sucato è stato arrestatoagli inizi di dicembre del 2019 per il reato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata. Sin dall’interrogatorio di garanzia è stato evidenziato che lo stesso, all’epoca già 74enne, era affetto da diverse gravi patologie fra cui cardiopatia e diabete mellito di II° tipo.

Le patologie sono state annotate nel suo diario clinico al suo ingresso al carcere di Palermo Pagliarelli, dove è stato ristretto fino al 3 gennaio 2019, data in cui viene trasferito dal Dap «per motivi di opportunità penitenziaria» al carcere di Tolmezzo. Già nasce un primo problema. L’istituto non era adatto per garantire a Sucato un’assistenza sanitaria h24 a causa delle sue gravi patologie, visto che necessitava di un pronto intervento in caso di crisi. Il legale, avuto contezza delle condizioni di salute di Sucato attraverso i colloqui telefonici, ha quindi depositato a luglio del 2019 una istanza di sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Il giudice ha respinto l’istanza, ma ha chiesto subito al Dap di individuare una struttura carceraria con un «servizio medico multi – professionale integrato».Dopo un mese dalla richiesta urgente per l’immediato trasferimento, il Dap finalmente individua nel carcere di Bologna la struttura adatta. Siamo al 23 agosto del 2019. Ma nell’esposto dell’avvocato La Blasca si legge che «il 20.9.2019 il sig.

Sucato comunicava telefonicamente che gli accertamenti a tutela della propria salute che dovevano essere effettuati presso il carcere di Bologna dal 23.8.2019 non solo non erano stati effettuati ma il carcere di Bologna non aveva un area medica multi – professionale integrata».A quel punto il legale, con istanza del 23 ottobre del 2019, ha richiesto al Gip la sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari alla luce delle carenze sia della struttura carceraria che delle cure prestate a Sucato. Il giudice però ha rigettato l’istanza perché ha acquisito due relazioni sanitarie dal carcere di Bologna le quali hanno attestato che tutto sarebbe filato liscio. Nella prima relazione si legge che «…attualmente il paziente è in discrete condizioni di compenso ed effettua le terapie prescritte ed usufruisce del vitto per diabetici», mentre la seconda elenca quello che – secondo la direzione sanitaria – sarebbe il sistema di assistenza presso la struttura.Secondo l’avvocato, però, la struttura non sarebbe stato in grado di garantire un’assistenza come descritto dalle relazioni, situazione aggravata dal fatto che aveva avuto un ictus a metà febbraio e ancora non gli avevano fatto l’intervento alla carotidea. Ma non solo. Sucato ha detto telefonicamente ai suoi familiari che gli era stato consigliato di fare domanda di trasferimento perché non sarebbero state più disponibili le medicine per curarlo. Subito l’avvocato ha fatto un’altra istanza urgente, anche questa rigettata il 20 marzo scorso perché mancavano le documentazioni cliniche del carcere. Con richiesta del 23 marzo, la difesa ha chiesto una relazione al direttore della Casa Circondariale di Bologna. Ma non ricevendo nessuna riposta, l’avvocato ha inoltrato una ulteriore istanza per chiedere gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Con un provvedimento del 25 marzo, il giudice ha chiesto urgentemente la relazione sanitaria da parte del carcere. Ma anche questa volta nonha ricevuto nulla. All’udienza del 26 marzo scorso Sucato ha comunicato telefonicamente alla difesa le medesime circostanze riferite precedentemente ai familiari, ovvero la mancanza di medicine specifiche, poca vigilanza sanitaria e la convinzione che il virus si stesse diffondendo all’interno della struttura carceraria.

Lo stesso giorno, Sucato viene sottoposto a visita medica urgente all’interno del carcere e lotrasferiscono al pronto soccorso dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. La sera sempre del 26 marzo l’ufficio matricola comunica al difensore, mediante telefonata allo studio, il ricovero di Sucato all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna per una presunta grave polmonite. Il 27 marzo la difesa informa il Gip che Sucato è stato ricoverato il giorno precedente presso l’ospedale di Bologna per polmonite. Il Gip, a quel punto sollecita nuovamente la relazione medica richiesta tre giorni prima e notizie sullo stato di salute attuale del detenuto. Il 28 marzo finalmente il carcere di Bologna relaziona al Gip e trasmette documentazione sanitaria da cui emerge che il 26 Sucato è stato sottoposto al tampone e in seguito alla positività dell’esame è stato trasferito al reparto Covid19.

E il 30 marzo, il Gip finalmente dispone degli arresti domiciliari presso l’ospedale. Ma oramai Sucato si è aggravato, viene trasferito in terapia intensiva e muore a mezzanotte del 2 aprile. Tante sono le domande e tante cose vanno chiarite. Si sapeva già del contagio all’interno del carcere di Bologna? Se sì, il direttore sanitario e il responsabile del Dap, come mai non hanno disposto un trasferimento urgente? A questo si aggiunge il ritardo nel fornire la relazione clinica e inviarla al Gip dopo una sua sollecitazione. Sarà eventualmente la procura di Palermo a trovare le risposte. Resta un dato oggettivo. Era ampiamente documentato che Sucato, qualora fosse stato contagiato, sarebbe certamente deceduto. Ed è accaduto.

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