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Gino Bartali, il campione che salvava gli ebrei nascondendo carte nella bici

Vent'anni fa moriva Gino Bartali. Fervente cattolico, militante dell’Azione Cattolica, figlio di genitori socialisti, si rifiutò sempre di prendere la tessera del partito fascista.
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Con la sua bicicletta ha attraversato tutto il secolo scorso, tagliando anche il traguardo del nuovo millennio per lasciarci il 5 maggio di venti anni fa. Il destino ha voluto che il giorno della morte di Gino Bartali coincidesse con quello di Napoleone, cantato da Alessandro Manzoni tra gli altari e la polvere. A “Ginettaccio”, come fu soprannominato per il suo carattere schietto da fiorentino che non le manda a dire, ha pensato Paolo Conte immortalandolo con “la sua faccia da italiano in gita”.

E lui, pedalata dopo pedalata, ha fatto incazzare i francesi, esaltare gli italiani ed evitato le sanguinose rappresaglie nazi- fasciste a centinaia di ebrei, portando documenti per la loro libertà, nascosti nel telaio della sua bicicletta, da Firenze ad Assisi. Andata e ritorno in giornata, 380 chilometri percorsi tante volte per trasportare passaporti falsificati che servivano a favorire l’espatrio di ebrei e dissidenti, rifugiati nei conventi italiani durante il periodo del controllo nazifascista sull’Italia. Una attività che Bartali svolse con l’organizzazione clandestina Delasem ( Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei) collaborando con l’arcivescovo di Firenze, Elio Angelo Dalla Costa, e il rabbino Nathan Cassuto.

Senza dubbio la tappa più importante della sua vita, per la quale ha meritato un trofeo che pochissimi sportivi possono vantare: il 23 settembre 2013 è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto nel 1953, riconoscimento per i non ebrei che hanno rischiato la vita per salvare quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste. Tra i tanti c’è l’istriano Giorgio Goldenberg che nel 1944 Bartali nascose nella casa di Firenze con tutta la famiglia nelle cantine all’insaputa dei suoi parenti. La gratitudine del popolo ebreo è immensa: Il 16 maggio 2017, alla vigilia della partenza dell’undicesima tappa del Giro d’Italia ( da Ponte a Ema a Bagno di Romagna), la squadra israeliana di ciclismo “Cycling Academy” ha organizzato una corsa con partenza dalla stessa Ponte a Ema fino ad Assisi, sullo stesso tragitto che il campione percorse molte volte per aiutare gli ebrei perseguitati. E il 2 maggio 2018, prima della partenza del Giro d’Italia da Gerusalemme, Gino Bartali ha ricevuto la nomina postuma a cittadino onorario di Israele A “Gino le pieux”, come lo chiamavano i francesi, Alberto Toscano, storico corrispondente da Parigi, ha dedicato “Gino Bartali. Una bici contro il fascismo” nel quale si sottolinea il rapporto non semplice tra il campione e il regime. Lui fervente cattolico, militante dell’Azione Cattolica, figlio di genitori socialisti, si rifiutò sempre di prendere la tessera del partito fascista. Nel 1938 fu costretto dal regime a rinunciare alla partecipazione al Giro, dove era tra i favoriti, per dedicarsi solo a Tour e ottenere una vittoria da “offrire alla patria”. Non volle mai dedicare i suoi trionfi al duce, nonostante le innumerevoli pressioni, e dopo aver vinto la Grande Boucle del 1938, rifiutò anche di indossare la maglia nera per evitare di offrire la possibilità al regime di strumentalizzare la sua vittoria. Quando tagliava il traguardo da vincitore Gino dedicava le sue vittorie «alla Madonnina» e il mazzo dei fiori lo portava in chiesa. «Alla Madonna ho promesso che avrei fatto le cose per bene, perché tutto quello che faccio, lo faccio a nome suo. E così lei è stata attenta a non farmi sbagliare» ( Intervista a Gino Bartali del 14 maggio 1999, in Paolo Costa Gino Bartali. La vita, le imprese, le polemiche). La generosità e l’impegno per il prossimo ha caratterizzato la vita di Gino, anche se lui si scherniva e ripeteva: «Il bene si fa ma non si dice!».

E Bartali lo ha sempre fatto, senza mai tirarsi indietro, quando qualcuno gli ha chiesto una mano. Come quella volta che al Tour de France nel 1948 fu chiamato dal presidente del Consiglio De Gasperi. È in albergo, in fibrillazione perché non ha notizie della sua famiglia dopo l’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti, e arriva una telefonata e lui, schietto come sempre: «Pronto, dimmi Alcide…» il suo amico dell’Azione cattolica, ora presidente del Consiglio. E De Gasperi: «Sarebbe importante se tu riuscissi a vincere. Qui c’è un’enorme confusione. Hanno sparato a Togliatti». Gino risponde: «La corsa è sempre la corsa, io ti prometto che la fo bene, poi si vedrà». Il presidente del Consiglio conclude: «Grazie Gino, conto su di te!». Il giorno dopo Bartali attacca sulla vetta dell’Izoard e vince la tappa di Briancon staccando il beniamino dei francesi Louison Bobet di oltre 20 minuti. Indossa la maglia gialla e vince il suo secondo Tour de France. A Parigi è accolto da una clamorosa ovazione, nonostante il ricordo della dichiarazione di guerra di Mussolini nel 1940. In Italia si passa dagli scontri di piazza al tripudio per la vittoria di Gino Bartali. Addirittura Togliatti, dopo aver lanciato un messaggio di invito alla calma generale, chiede notizie del Tour.

Gino Bartali, nato a Ponte a Ema il 18 luglio 1914, cresce insieme a suo fratello Giulio per correre in bici. Ha chiara la strada da seguire e la sua grinta gli consente di superare qualsiasi salita, senza mai doversi piegare a nessuno. L’unico tentennamento, dopo la tragica morte di Giulio che sbatte addosso a una Balilla che percorreva la strada in sensi opposto, nonostante una corsa ciclista. Dopo quella tragedia Gino vuole mollare tutto, diventa terziario carmelitano nella fraternità San Paolino di Firenze, ma per fortuna i dirigenti e gli amici lo convincono a riprendere la bicicletta e il ciclismo mondiale trova un vero campione. E così inanella vittorie su vittorie: tre Giri d’Italia ( 1936, 1937, 1946), due Tour de France ( 1938 e 1948), quattro Milano-Sanremo, tre Giri della Lombardia e tantissime altre corse. Fino al 1953 quando dopo la vittoria al Giro di Toscana, a 39 anni, ha un incidente stradale per il quale rischia di perder la gamba destra. Ma dopo pochi mesi è di nuovo in sella alla Milano- Sanremo. Vuole finire la sua carriera da professionista a Città di Castello, dove era stato sfollato per diversi mesi per sfuggire alle rappresaglie fasciste, correndo in un circuito creato apposta per l’occasione, nel 1954.

Per tutta la sua carriera ha gareggiato ad altissimo livello, purtroppo nel punto più alto della sua attività sportiva è arrivata la Seconda Guerra Mondiale. Alla ripresa lo consideravano vecchio per il ciclismo, ma lui diceva «dovrete vedere ancora la mia schiena e così fu per ancora un decennio. Leggendaria la sua rivalità con Fausto Coppi. È entrato nella Cyclist Hall of Fame, dove risulta il secondo italiano dopo l’Airone. Con Coppi divise l’Italia: lui cattolico, sposato per 60 anni con Adriana Bani, dopo cinque anni di fidanzamento, con tre figli Andrea, Biancamaria e Luigi, l’altro schivo e introverso, protagonista della storia d’amore che fece scandalo con Giulia Occhini. Tra i due una rivalità sportiva molto forte, ma una stima e un’amicizia sincera. Quando Serse Coppi morì, in una caduta al Giro di Piemonte, Gino disse: «Siamo rivali io e il Fausto, ma che scherzo il destino! Portarci via Giulio e Serse… così siamo diventati fratelli anche noi due, nel dolore». Al di là del famosissimo episodio dello scambio della borraccia, il 4 luglio 1952, al trentanovesimo Tour de France durante la tappa Losanna- Alpe d’Huez. Una leggenda che ha immortalato iconograficamente i due campioni e che ha avuto tante versioni, tutte plausibili. Ma il mito ha bisogno di mistero. Nel 1959 i due si tesero di nuovo la mano. Bartali ingaggiò nella sua squadra, la San Pellegrino Sport, Coppi che era in un momento difficile della sua vita sportiva e personale. L’Airone aveva invitato Ginettaccio nel famoso viaggio in Africa che avrebbe finito per costargli la vita, ma Bartali rinunciò, volendo passare i momenti liberi con la famiglia, la moglie Adriana e i tre figli, Andrea, Luigi e Bianca. Purtroppo Coppi e Bartali non riuscirono a compiere quella nuova impresa sportiva perché l’Airone, di ritorno dall’Africa, morì di malaria il 2 gennaio del 1960.

Gino Bartali ha continuato a tenere alta la propria fama di fuoriclasse e quella dell’amico- rivale Coppi, con interventi giornalistici e televisivi, e con la partecipazione al Processo alla tappa, ideata e condotta da Sergio Zavoli, e alla Carovana del Giro. Nel 1977 ha ricevuto il Premio Italia come “maggior campione ciclista vivente”. Ha partecipato anche a una serie di “Striscia la notizia”, dove ha messo in pista tutta la sua simpatia e la schiettezza toscana che emerge dall’autobiografia Tutto sbagliato, tutto da rifare, pubblicata nel 1979. Oltre un centinaio di libri, tra i quali Gino Bartali, il mio papà, nel quale il figlio Andrea ha raccolto i documenti, insieme con la figlia Gioia, su periodo in cui era corriere di una rete clandestina per salvare gli ebrei. Ed ancora sceneggiati televisivi, e persino delle canzoni, la più celebre, Bartali, di Paolo Conte, eseguita anche da Enzo Jannacci, che raccontano il personaggio da tutte le angolature. A lui è dedicato il Museo del ciclismo, aperto nel 2006 proprio di fronte alla sua casa natale a Ponte a Ema, con tantissimi cimeli della sua vita. La sua fama continua e l’anno scorso la storia di Gino Bartali è spuntata anche tra le tracce della prima prova della maturità. L’ennesima zampata del campione.

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