«L'idea trapelata nel vergognoso dibattito di oggi, secondo cui mi sarei lasciato condizionare dalle parole pronunciate in carcere da qualche boss mafioso è un'ipotesi tanto infamante quanto infondata e assurda. D'altronde, se mi fossi lasciato influenzare dalle reazioni dei mafiosi non avrei certo chiamato io il dottor Di Matteo per valutare con lui la possibilità di collaborare in una posizione di rilievo». Rigetta ogni illazione Alfonso Bonafede, la cui poltrona, a seguito delle clamorose rivelazioni del pm Nino Di Matteo sulla nomina sfumata al Dap, traballa. E a chiedere la sua testa sono quasi tutti, con una timida levata di scudi da parte del M5s e del Pd, che però chiede chiarezza. In un post su Facebook il ministro prova a fare il punto: sapeva di quelle intercettazioni prima di chiamare Di Matteo, fu lui stesso a dirlo al pm, ciò nonostante pensò comunque a lui. E pensò di dargli un altro incarico, «in qualche modo equivalente a quello che era stato di Giovanni Falcone», proprio per mandare un segnale «chiaro e inequivocabile alla criminalità organizzata». Rivendicando la Spazzacorrotti e la lotta per l'inasprimento del 41 bis, con la stretta sulle scarcerazioni, Bonafede ribadisce la sua assoluta tranquillità su una vicenda che a distanza di 24 ore Di Matteo conferma tale e quale. «I fatti che ho riferito ieri li confermo e non voglio modificare o aggiungere alcunchè nè tantomeno commentarli», ha riferito il pm ad Affaritaliani.it. E intanto il grido che arriva dalla politica è quasi allunisono: «Bonafede si dimetta», affermano le opposizioni. Ma non solo: anche Italia Viva, attraverso il deputato Cosimo Maria Ferri, ex componente del Csm, ha chiesto al Guardasigilli spiegazioni sul «perché ha prima offerto lincarico di Capo del Dap a Di Matteo e poi revocato la proposta», chiedendo le sue dimissioni. «Dove è finita la sua trasparenza, perché non lo ha mai raccontato, ora venga in Parlamento a dire cosa è successo?». Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, secondo cui si tratta di «un regolamento di conti» tra «giustizialisti», ha chiesto «trasparenza», invocando un intervento del Csm al fine di chiarire la posizione di Di Matteo, «perché è evidente che se dice queste cose deve avere degli argomenti». Dallaltra parte, «deve chiarire il ministro Bonafede, perché ha avuto un atteggiamento discutibile». Una condizione essenziale prima di discutere una possibile mozione di sfiducia. Per Azione, movimento politico guidato dallex ministro Carlo Calenda, lo scontro tra Di Matteo e Bonafede «è stato semplicemente grottesco. Dire che un Ministro ha preso una decisione importante come la nomina del capo del Dap facendosi condizionare dalle reazioni dei boss soltanto due anni dopo i fatti è abbastanza assurdo - ha commentato Andrea Mazziotti, membro del comitato promotore -. Bonafede dovrebbe chiarire davanti al Parlamento». Più secche e decise le opposizioni, come Fdi, che attraverso la sua leader, Giorgia Meloni. «Fossi Alfonso Bonafede, domani mattina rassegnerei le mie dimissioni di ministro della Giustizia», ha commentato con un post su facebook pubblicato nella tarda sera di domenica, dopo le rivelazioni di Di Matteo a Non è lArena di Giletti. Per la Lega, si tratta, invece, dellennesimo «errore» di Bonafede, del quale chiede, come gli alleati di FdI, le dimissioni. «Rivolte, evasioni, detenuti morti, agenti feriti, migliaia di delinquenti usciti dal carcere, boss tornati a casa e il capo del Dap sostituito: come se non bastasse tutto questo, ora arrivano le parole di un magistrato come Nino Di Matteo in diretta tv. È vero che non è stato messo alla guida del Dap perché sgradito ai mafiosi? In ogni caso, anche senza le parole di Di Matteo, Bonafede dovrebbe andarsene in fretta per i troppi scandali ed errori», affermano i parlamentari Giulia Bongiorno, Nicola Molteni, Jacopo Morrone e Andrea Ostellari. Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia, parla di «senso dello Stato calpestato», puntando il dito sia contro Di Matteo - «dopo quasi due anni dai fatti sente limpellente necessità di raccontare al Paese un episodio che lo ha scioccato. Ma perché aspettare così tanto tempo, manco fosse equiparabile a un pentito della criminalità organizzata?» - sia contro Bonafede - «anche in questo caso dimostra di essere totalmente inadeguato al suo ruolo». E mentre la collega forzista Mara Carfagna, vicepresidente della Camera, chiede chiarezza, Enrico Costa, ex ministro di Forza Italia, replica le parole di Renzi, parlando di «cortocircuito forcaiolo», chiedendo una discussione in parlamento. Timida la reazione del M5s. «È davvero inqualificabile la sfacciataggine con la quale minoritarie porzioni della politica e del giornalismo politicamente orientato a destra strumentalizzino vicende inattuali ed ampiamente spiegate dal ministro Bonafede per un attacco ingiusto ed inveritiero al Governo, senza considerare le misure predisposte in questi giorni in materia di articolo 41 bis e le prestigiose e qualificate nomine appena fatte al Dap cui sono stati preposti magistrati di grande coraggio ed esperienza nel contrasto alla criminalità organizzata - ha commentato il senatore Giorgio Trizzino -. Nel volgare palcoscenico che è diventata la trasmissione di Giletti, viene costantemente messa in discussione l'azione del Governo. Questo modo di gestire l'informazione non corrisponde al sentimento della stragrande maggioranza degli italiani che ormai riesce a distinguere con chiarezza il giornalismo qualificato da quello improvvisato ed arrogante. Quando lo capirà Giletti?». Ma una parte dei grillini è in subbuglio: «Tutto questo è irreale - dice alla AdnKronos Piera Aiello,  testimone di giustizia e componente della Commissione parlamentare Antimafia -. Devo essere sincera, non so più cosa pensare. Aspetto una risposta concreta, certa, su come sono andate le cose. Si deve fare luce: se Bonafede ha sbagliato, è giusto che ammetta le sue colpe». Chiede chiarimenti Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, secondo cui «il sospetto non può mai essere anticamera della verità», mentre il responsabile giustizia del Pd, Walter Verini e il senatore e capogruppo in commissione antimafia Franco Mirabelli, parlano di «confusione», definendo «irresponsabile latteggiamento di chi usa un tema come la lotta alle mafie per giustificare lennesima richiesta di dimissioni di un ministro, approfittando di queste dichiarazioni estemporanee. Siamo certi che il ministro al più presto verrà a riferire in commissione e in parlamento sullimpegno del governo contro le mafie». E il vicesegretario dem Andrea Orlando, predecessore di Bonafede, ha aggiunto: «So che Bonafede forse non ragionerebbe così, ma se un ministro dovesse dimettersi per i sospetti di un magistrato, si creerebbe un precedente gravissimo. Il sospetto non è lanticamera della verità, sinchè non verificato resta un sospetto». A chiedere le dimissioni è anche il Partito Radicale, ma non per la vicenda Di Matteo. Ora che «il ministro Bonafede è sotto il fuoco incrociato per lesa maestà del dottor Di Matteo, anche se le cose fossero andate come le ha raccontate il dottor Di Matteo si potrebbe configurare un gesto di scortesia, ad essere feroci di maleducazione. Nulla di più né di meno. Ci auguriamo che questa sia l'occasione per il ministro Bonafede di rivedere le sue politiche sulla giustizia e sul carcere con l'occhio antimafista, e si faccia guidare dalla Costituzione».