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La salute è prioritaria ma la App deve tutelare la privacy

Le informazioni personali sono preziose e l’anonimato va difeso. Poi quando l’emergenza sarà finita bisogna cancellare tutti i dati sensibili
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Nella annunciata programmazione della cd. fase 2 dell’emergenza nulla si dice della applicazione “immuni”, lo strumento tecnologico grazie al quale si possono conoscere, per evitare, luoghi e persone a rischio contagio. Credo che la ritardata previsione della app sia dovuta a problemi di privacy, che debbono essere risolti al fine di evitare violazioni. L’unico vero e concreto problema di privacy è quello del trattamento dei dati sensibili, tra i quali quelli riguardanti la salute delle persone, che non debbono essere portati a conoscenza di terzi, per tutelare la dignità umana ed evitare forme di discriminazione sociale. Come è invece accaduto ripetutamente nel nostro Paese, soprattutto con la pubblicazione, sui giornali e sul web, delle intercettazioni telefoniche, con le quali si portavano a conoscenza, urbi et orbi, dati sensibili come quelli riferiti alle scelte sessuali, che hanno leso la dignità delle persone. Certo, a tutela del trattamento dei dati personali c’è ormai da più di venti anni un ufficio di un’Autorità Garante, anche se talvolta la sola Autorità non basta a garantire appieno tale diritto costituzionale. Peraltro da oltre un anno è in proroga, senza che il Parlamento abbia ancora provveduto a nominare i nuovi componenti, anche perché impegnato a trovare il nominativo di un anziano di età, più che una persona competente, a cui affidare la presidenza.

Il problema è che vicende come quelle prima ricordate, e tante altre ancora, hanno svilito il valore della privacy, ridotta ormai quasi a qualche firma di consenso all’uso dei dati da apportare nei vari moduli predisposti da soggetti pubblici e privati. E invece la privacy è un diritto che va preso sul serio nelle situazioni serie. Non la si può invocare come una sorta di alibi per nascondersi o per far prevalere interessi del singolo su quelli della collettività. Anche perché siamo tutti tracciati: quando paghiamo con il bancomat o la carta di credito, quando mettiamo un like su uno dei tanti social network, quando navighiamo sui siti internet. Compiamo queste azioni inconsapevolmente, senza avvertire rischi per la nostra privacy. Che invece la si reclama per una applicazione che avrebbe il merito di provare a contenere la diffusione dei contagi da Covid- 19. Ovvero di salvaguardare il diritto fondamentale alla salute. E invece bastano degli opportuni accorgimenti, delle scelte garantiste, per potere installare e usare la app nei nostri smartphone ( tralascio qui il problema, non da poco, del possesso degli smartphone e la capacità d’uso degli stessi, specialmente per la popolazione anziana). Innanzitutto, ci vuole una legge votata dal Parlamento, in subordine un decreto legge, e quindi sarebbe meglio non intervenire con provvedimento amministrativo quale un DPCM. Ci vuole, poi, la volontarietà dei cittadini, e quindi nessun obbligo a installare la app. Sarà pur vero che per funzionare bene occorre che almeno il 60% degli italiani dovrebbero installarla nel loro smartphone ma non li si può certo obbligare a farlo. Ci vuole, inoltre, l’anonimato, e quindi la non riconoscibilità del soggetto che usa la app: bastano dei codici identificativi attraverso i quali conoscere la posizione di soggetti a rischio contagio e non certo il nome del contagiato. Così come attraverso la app si può sapere il grado di affollamento di determinati luoghi dove si vorrebbe andare e che invece sarebbe meglio evitare. Ci vuole, ancora, che i dati rimangano nello smartphone personale, e quindi non circolino nella rete per impedire che vengano catturati da chi potrebbe farne un uso improprio. E comunque sulla effettività del corretto trattamento dei dati deve vigilare con rigore il garante della privacy. Ci vuole, infine, che i dati vengano distrutti una volta terminata l’emergenza della pandemia. Così da non lasciare traccia a futura memoria.

La tecnologia è venuta in soccorso della libertà di espressione, delle libertà economiche, della libertà di insegnamento e del diritto al lavoro. Ora è venuto anche il momento di saperla usare, correttamente, per soccorrere il diritto fondamentale alla salute dei cittadini.

 

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