Analisi 24 Apr 2020 21:00 CEST

La strada giusta: indennizzi proporzionali alle perdite di reddito netto degli imprenditori

Lavoratori e imprese hanno bisogno soprattutto di indennizzi, cioè di trasferimenti a fondo perduto e non di prestiti

È sempre meglio fare finta di aver capito tutto, ma io proprio non ce la faccio. Non comprendo il senso reale delle cifre epocali sugli aiuti che dovrebbero sostenere l’economia in questo difficile momento. E mi sovviene l’antica puntualizzazione di uno dei due compari in affari che si vantavano al bar. ” Faremo miliardi!!”. Così il primo. “Miliardi? Milioni!!”, esagerava il secondo. Un decreto, tanti decreti fa, costituiva garanzie statali su prestiti a privati per mobilitare 350 miliardi di euro. Con un altro, se ne aggiungeranno altri 400. Nel frattempo, sempre nel 2020 la BCE acquisterà almeno 240 miliardi di euro di titoli italiani. Il Mes con condizionalità nulle – al massimo una chiamata ogni tanto per sapere come stiamo spendendo i soldi, ma sembra che i nostri politici metterebbero giù il telefono – offrirebbe almeno 35 miliardi al nostro Paese. E poi la Bei, il Sure, il debito pubblico che può crescere senza limiti, la riconversione mirata e senza vincoli di fondi strutturali non spesi e altri provvedimenti in arrivo da ogni dove. Fatte le somme, stiamo per arrivare al totale del PIL ( probabilmente attorno ai 1.680 miliardi circa quest’anno, cioè cento in meno rispetto al 2019). Certamente abbiamo scavalcato la soglia dei prestiti complessivi del sistema bancario, il cui totale ammontava all’inizio dell’anno e al netto delle cartolarizzazioni a 1.270 miliardi di euro ( 50 e 50 a famiglie e imprese, più o meno). Chiaro, in parte ho sommato pere con mele, nel senso che in qualche misura le cifre indicate si riferiscono a finanziamenti tra soggetti istituzionali non direttamente finalizzati a dare liquidità al prenditore finale. E in parte un pezzo della nuova liquidità servirà a restituire prestiti in scadenza. Ma la sostanza resta. Si parla di cifre talmente imponenti che verrebbe da dire: basta, grazie. Altro che eurobond o coronabond. Perché allora da ogni parte si sentono fondatissime lamentele? La prima ragione è la burocrazia e la normazione complicata. Di questa qui non mi occupo, perché c’è una ragione più profonda e radicale: le imprese e i lavoratori hanno bisogno di indennizzi, cioè di trasferimenti a fondo perduto, non di prestiti. Meglio: hanno bisogno anche, ma non soprattutto, di prestiti. Il primo pilastro di sostegno avrebbe dovuto essere per tutti l’indennizzo, il secondo il prestito ( la liquidità). La strada scelta inverte le priorità. Non è l’opzione ottimale perchè non è l’opzione più logica. Visto che tutti fanno riferimento a Draghi rileggiamo un breve passaggio del suo pezzo sul Financial Times ( uscito in italiano sul Corsera del 26 marzo): “La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato – e l’indebitamento necessario per colmare il divario – dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello stato”. Questo è ciò che va fatto. E non lo si sta facendo, se la scelta è offrire liquidità attraverso prestiti garantiti ( maggiore indebitamento privato). Perché questo vorrebbe dire che i privati prendono a prestito dal proprio reddito futuro per il tramite della liquidità messa a disposizione dal sistema bancario al quale la liquidità andrà restituita, esattamente come andranno pagate le imposte oggi sospese e non versate. Perché si è enfatizzato il ruolo della liquidità? È questo che non capisco e devo azzardare un’ipotesi. Si è sottovalutata la gravità dello shock da emergenza coronavirus. Se il crollo dei redditi indotto dal crollo del prodotto fosse stato importante ma non eccezionale, la fiducia non sarebbe stata molto intaccata e la liquidità come rete protettiva per la continuità aziendale avrebbe anche funzionato. Nelle attuali condizioni, invece, senza indennizzi, si rischia la lesione permanente del tessuto produttivo. La profondità delle perdite attuali, l’incertezza sui tempi di riapertura e sulle prospettive di rimbalzo, spingono verso la sfiducia sistemica e potrebbero indurre molti imprenditori a evitare di indebitarsi proprio perché intenzionati a non riaprire o impossibilitati a farlo per l’insostenibilità degli equilibri di conto economico e stato patrimoniale. Fortunatamente, al di là dei proclami su robe epocali, il Governo ha preso anche buone e concrete iniziative, sebbene meno spendibili dal punto di vista mediatico. E sono proprio quelle che registriamo sotto il titolo di indennizzo: i 600 euro per gli indipendenti o l’estensione e le facilitazioni per la cassa integrazione in deroga. Ancora poco, ma sembra che questi provvedimenti verranno rafforzati. È la strada giusta e bisognerebbe ulteriormente spingere verso compensazioni proporzionali alle perdite di reddito netto dei singoli imprenditori, piuttosto che su misure uniformi. Siamo ancora in tempo