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Cottarelli: “E’ la più grave recessione dalla seconda guerra mondiale. Ora spesa pubblica”

"Per ripartire servono almeno 500 miliardi,: circa 170 miliardi per il nuovo deficit e il resto per rimborsare i titoli che giungono a scadenza. Potrebbe servire anche di più, ma l'ipotesi di partenza è questa"
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Nonostante la «più grave recessione dalla seconda guerra mondiale», Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano, è convinto che l’Italia ce la farà a ripartire.

Professore, partiamo dalla preoccupazione di milioni di lavoratori a cui non è ancora arrivata la cassa integrazione attesa per il 15 aprile. Cosa sta succedendo?

È un problema molto serio, ma credo sia dovuto solo a cause di lentezza burocratica, i soldi ci sono. Non so esattamente quanta liquidità ci sia attualmente sui conti correnti della Tesoreria, ma febbraio c’erano più di 70 miliardi. La Cassa dunque è piena e spero che i fondi vengano erogati al più presto, la gente deve poter mangiare.

Quanti soldi serviranno all’Italia per uscire dalla crisi?

Almeno 500 miliardi, stando solo ai provvedimenti annunciati dal governo: circa 170 miliardi per il nuovo deficit e il resto per rimborsare i titoli che giungono a scadenza. Potrebbe servire anche di più, ma l’ipotesi di partenza è questa.

E dove li troviamo 500 miliardi?

Circa 220 miliardi dovrebbero arrivare dalla Banca centrale europea con i vari programmi di quantitive easing. Poi ci sono gli strumenti messi in campo dall’Unione europea: i 17 miliardi del Sure e i 36 miliardi del famoso Mes.

Mancano ancora 230 miliardi all’appello…

Dovrebbero arrivare dagli investitori chiamati a rinnovare almeno una parte dei titoli giunti a scadenza. Di solito è un comportamento normale, sia per gli investitori italiani che per quelli stranieri, l’unico rischio è legato all’incertezza della fase. Se almeno gli italiani rinnovassero i loro titoli, che ammontano a circa 200 miliardi, sarebbe sufficiente preoccuparsi solo di convincere gli investitori stranieri a rinnovare i loro 30 miliardi. Ma in una situazione in cui c’è molto nervosismo, con il debito pubblico in aumento e le agenzia di rating che potrebbero declassare il nostro Paese, sarebbe molto meglio avere un’ulteriore rete di sicurezza: i Recovery bond, i titoli emessi a livello europeo. L’altra possibilità è che la Bce decida di aumentare il pacchetto d’acquisti dei titoli di Stato.

Il Recovery Fund è il cuore della trattativa italiana al Consiglio europeo. Che armi ha Giuseppe Conte per portare a casa un buon risultato?

Sul Recovery Fund c’è già stato un accordo, seppur in termini molto generici, in seno all’Eurogruppo e c’è stato anche un voto favorevole da parte del Parlamento europeo. In fondo si tratta solo di spiegare che questo tipo di soluzione non costa molto al Nord Europa, perché si tratta di un intervento una tantum, che non cambia le regole del gioco e non è pensato per modificare in maniera surrettizia l’architettura del sistema finanziario e fiscale europeo. E soprattutto, non stiamo proponendo la mutualizzazione del debito.

Non lo chiediamo anche perché la cancelliera Angela Merkel è stata chiarissima in proposito: sì alla solidarietà, no alla mutualizzazione. Posizione comprensibile, ma anche giusta?

Secondo me sì, anche se ovviamente ci farebbe comodo. La mutualizzazione del debito passato non esiste neanche nelle aree economiche che hanno raggiunto un’unità politica. Per intenderci, negli Stati Uniti ogni Stato è responsabile del proprio debito. Me negli Usa c’è anche il debito federale, che è quello che manca in Europa, per questo servono i recovery bond: soldi raccolti insieme da tutti gli Stati membri e insieme utilizzati. Non sarebbe la mutualizzazione di un debito pregresso, ma un debito nato dalla decisione di fare cose insieme, come accadrebbe se ci fosse un Bilancio europeo che può andare in deficit.

Come dovrebbero funzionare tecnicamente i recovery bond?

L’Europa si indebita raccogliendo fondi sul mercato, per prestare poi questi soldi ai singoli Stati a tassi di interesse molto più bassi. E il costo per i Paesi del Nord sarebbe molto ridotto.

Secondo le analisi più rosee, il 2020 si concluderà con un calo del Pil dell’ 8 per cento. Cosa significa per un Paese come il nostro?

Significa a più grave recessione dalla seconda guerra mondiale.

E come ci rialza da una caduta da questa altezza?

La spesa pubblica serve proprio ad attenuare la botta, altrimenti il calo del Pil sarebbe anche maggiore, ma servirebbe anche un grande rilancio degli investimenti pubblici.

Ha dunque ragione Mario Draghi, l’unica strada per uscire dalla crisi è il debito?

Sì, anche se a un certo punto dovremo preoccuparci di come rientrare. Ma in questo momento non c’è altro da fare. Il nostro problema è che partiamo da un debito pubblico molto alto, per questo non riusciamo a reperire risorse sul mercato e abbiamo bisogno dell’Europa.

Lo Stato deve tornare al centro dell’economia?

Finché c’è l’emergenza, poi dovrà continuare a fare quello che faceva prima. Non vedo motivo per cambiare in futuro il ruolo dello Stato nell’economia.

Tra gli strumenti per far fronte all’emergenza, ha nominato il Mes, che tante polemiche genera in Italia. Molte forze politiche, anche di maggioranza, non si fidano dell’assenza di condizionalità anche in futuro. È un timore fondato? Secondo me non è possibile che sia introdotta una condizionalità aggiuntiva a quella iniziale. In ogni caso credo sia inutile fare polemiche sul nulla. Prima di firmare si legge tutto, si consultano esperti di legislazione europea, si mettono per iscritto le condizioni previste e si va avanti. Le opinioni fondate sui sospetti non hanno molto senso.

 

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