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I titoli di Stato italiani a tre soli gradini dalla “spazzatura”

Il consiglio europeo arriva con lo spread in salita e le previsioni sul pil in picchiata
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Come era prevedibile, le vere difficoltà per Giuseppe Conte cominciano adesso. Le più vistose si concentrano sulla Fase 2, che richiede un’organizzazione infinitamente più complessa del tutto sommato “semplice” lockdown. Le più insidiose e rischiose invece sono sul fronte disastrato dell’economia e dei conti pubblici. E’ un percorso a ostacoli che, per molti versi, ricorda un labirinto.Le cifre del Def, che abitualmente sono approssimate per difetto e mai per eccesso di pessimismo, sono da film horror. L’incubo di un debito sopra il 160% non è irrealistico, né sono gli spettri di una recessione e di un deficit entrambi a due cifre. Il governo, dopo un primo dl da 25 mld che meno di tre mesi fa sarebbe stato impensabile, rilancia ora quasi triplicando quella manovra, con un ulteriore deficit di 50 mld.

Eppure tutti sanno che non basterà e i ritardi delle casse integrazione, non ancora pervenute, rivelano quanto esangui siano in realtà le casse dello Stato.Lo spread ha varcato di parecchio il confine dei 200 punti sul quale era rimasto attestato per settimane solo grazie ai continui acquisti di titoli sul mercato secondario della Bce. Domani arriverà il verdetto dell’agenzia di rating S&P, l’8 maggio sarà il turno di Moody’s e DBRS Morningstar. Quest’ultima è l’unica che ponga i titoli italiani a tre gradini dalla “spazzatura”, mentre in tutti gli altri casi gli steps che separano l’Italia dal fallimento sono 2.Con l’emergenza mondiale in atto è molto improbabile un downgrade tale da far precipitare i titoli italiani nella pattumiera. Un abbassamento del rating di un gradino invece è possibile, anche se le agenzie potrebbero aspettare il prossimo esame, di fatto sospendendo il giudizio, per esprimersi solo quando la reazione dell’Italia alla crisi e i suoi effetti saranno ben chiari. In ogni caso è indicativa la decisione della Bce di prendere in considerazione l’ipotesi, anche questa difficilmente immaginabile tre mesi fa, di acquistare titoli anche sotto il livello BBB, cioè sulla soglia del Junk. Segno che l’eventualità è presa in seria considerazione ma segno anche che la Bce intende davvero fare il possibile per salvare l’Italia. Ma nelle condizioni date puntare solo sul programma Peep della Bce, con un debito che continua a lievitare, sarebbe illusorio.Conte arriverà oggi a Bruxelles per il vertice del Consiglio europeo con questa situazione devastata alle spalle. La richiesta italiana di eurobond è ormai solo di bandiera, essendo stata cassata senza appello dalla cancelliera Merkel per l’ennesima volta due giorni fa. Non significa che la partita sia persa. Al contrario il Recovery Fund in qualche modo partirà.

Ma probabilmente Bruxelles si limiterà a un passo minimo e politico, confermando sì la decisione di procedere verso quel Fondo ma senza chiarire nulla di più né sulla sua struttura, né sulle sue dimensioni né, soprattutto, sulla tempistica. Il rinvio in sé, però, non depone certo a favore della rapidità. Perché i finanziamenti del Fondo arrivino davvero, dato e non concesso che la struttura e le dimensioni del Recovery siano davvero come auspica l’Italia, ci vorranno nella migliore delle ipotesi 6 mesi,nella peggiore un anno e passa. Per un Paese con l’acqua alla gola come quello che Conte guida è troppo.Il premier farà il possibile per accelerare i tempi. Lo ha assicurato di fronte al Parlamento e non c’è dubbio che lo farà sul serio. Incontrerà però un ostacolo che si chiama Mes. Nella politica europea i segnali sono importanti. Renzi dovette “pagare” con la soppressione dell’art. 18 la concessione di flessibilità di cui il suo governo godette poi in abbondanza. La resistenza sul Mes viene interpretata dai Paesi del Nord, ma anche a Bruxelles e Francoforte, dalla Commissione e dalla Bce che si sono dimostrate sin qui molto più disponibili e aperte dei singoli Stati, come segnale negativo, la prova che la componente “populista e sovranista” che era al potere con il primo governo Conte non è stata ancora davvero battuta.

E’ una delle ragioni che spiegano il voltafaccia di Conte, passato in materia di Mes da uno stentoreo “Mai” a un sommesso “Forse”. La simbologia politica tanto cara all’Europa non è però la sola né la principale spiegazione di quella correzione di rotta. A pesare è soprattutto l’ossessione del cronometro. Quei 37 mld dovrebbero essere indirizzati solo alle spese sanitarie. Sia il ministro francese delle Finanze Lemaire sia il vicepresidente della Commissione europea Dombrovskis hanno però detto apertamente che l’interpretazione del vincolo sarà molto “estensiva”. L’Europa insomma chiuderà un occhio e forse tutti e due sull’uso del prestito. Per l’Italia sarebbe una boccata d’ossigeno: del tutto insufficiente ma tale da passare almeno i prossimi mesi.Qui però il percorso a ostacoli diventa labirinto, perché Conte non può accedere al prestito del Mes senza spaccare la sua maggioranza. Una parte dei 5S non lo accetterà mai e non si piegherà neppure alla disciplina di Movimento. Quei voti potrebbero essere rimpiazzati da quelli di Fi ma per i “governisti” del M5S allearsi con il nemico pubblico numero uno del Movimento, Berlusconi, per accettare l’accordo più odiato sin dalle origini dal Movimento stesso, il Mes, sarebbe, se non proprio impossibile, estremamente arduo. Alternative il quadro politico non ne permette. Per sciogliere i nodi ci vorrebbe del tempo. Ma il tempo è proprio quel che a Conte manca.

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