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Ma automatismi e macchine non possono mai sostituirsi alla dialettica del processo

Horkheimer e Charpentier hanno provato che né la scienza nè il principio di maggioranza o la meccanica possono scrivere una sentenza
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Non si possono ricevere ospiti a casa, se sono vivi. Se invece sono, come si usava dire, “passati a miglior vita”, non sono previste limitazioni. Ho quindi organizzato una seduta spiritica a casa , mettendo sul tavolo una bottiglia di liquore e due libri, Eclisse della ragione di Max Horkheimer e Justice Machines

di Jacques Charpentier: sono stati contemporanei e diversissimi, filosofo della sinistra illuminata tedesca il primo, avvocato francese della destra gollista il secondo. I loro libri però inaspettatamente hanno dei passi paralleli, quasi come se fossero lo svolgimento di un tema comune preventivamente discusso.

Il tema è la fine della ragione dialettica e quindi del processo come discussione. Sentite Horkheimer: «Secondo l’intellettuale medio del nostro tempo esiste solo un’autorità cioè la scienza, intesa come classificazione dei fatti e calcolo delle probabilità». E ora ascoltate Charpentier: «In ogni società si cerca dunque, per diminuire le resistenze, di aumentare l’automatismo». In sostanza l’elemento umanistico o umano tout court viene eliminato e svilito a vantaggio della macchina pensante che uniforma e livella tutti i pensieri a opinioni equivalenti e fungibili. Charpentier argomenta, senza aver mai avuto nozione dei 5Stelle, che «in ogni società che progredisce gli agenti tendono a un’equivalenza assoluta, situata al livello più basso. Il valore personale di ciascuno vale poco. Uno vale l’altro». E Horkheimer conferma : «Il principio di maggioranza è diventato la forza sovrana davanti alla quale il pensiero deve inchinarsi. E’ il nuovo dio, ma non nel senso in cui gli araldi delle grandi rivoluzioni lo concepivano, bensì come una forza di opposizione a tutto ciò che non si uniforma».

Le voci dei due miei ospiti si sovrappongono e confondono nella mia mente, quasi che fossero qui davanti a me in carne e ossa. Provo a farli litigare almeno sulla mia attualità. Macché , vanno all’unisono come il coro della Capella Sistina. Horkeheimer afferma : «Il positivismo è tecnocrazia filosofica; per esso il requisito essenziale a chi voglia far parte degli organi dirigenti è una fede incrollabile nella matematica». Charpentier chiosa: «L’era dei meccanici. Avevano inventato la macchina per parlare, la macchina per scrivere , la macchina per contare, la macchina per tradurre. La loro ultima trovata era la macchina per giudicare». Sì perché l’illustre collega francese aveva già capito nel 1954 come funziona il processo telematico e la necessità di seguire scrupolosamente protocolli e parametri per la redazione degli atti. Chapeau !

A questo punto la questione è: c’è ancora speranza per gli avvocati e per i processi ? La tesi del collega francese è negativa: per lui ormai «il nostro mestiere consiste nel ricevere i clienti e tradurre le loro richieste nel linguaggio delle macchine». Si consola pensando che anche il processo formulare romano arcaico era qualcosa del genere. Ma poi è lapidario e ironico : «Abbandono il fòro . Per i legumi secchi». Horkheimer invece lascia la porta aperta alla sua fede, la filosofia dialettica: «Avere fede nella filosofia significa non permettere alla paura di diminuire la nostra capacità di pensare». Per lui c’è ancora bisogno di discorsi nel fòro e nell’agora. Gli faccio osservare che oggi le parole sono screditate e che oggi qualcuno fa del Fatto il suo emblema, ma mi replica in modo durissimo: «Il concetto stesso di ‘ fatto’ è un prodotto dell’alienazione sociale». Insomma, finché c’è Horkheimer c’è speranza. Stacco il collegamento, chiudendo i libri. Devo scrivere la sentenza : sono giudice e imputato. Mi prendo una riflessione in camera da letto e di consiglio. Poi mi viene in mente un’idea di Guido Vitiello, traduttore e scopritore di Charpentier. Ecco che voleva fare il collega transalpino, un calembour: lasciare il fòro per i legumi secchi, vuol dire che tanto o studiando bene gli atti o tirando a indovinare le cause vanno per conto proprio.

Eppure la sapienza biblica dell’ebreo laico Horkheimer mi mette in guardia. Apro la dispensa. Ecco dei legumi secchi: “Un piatto di lenticchie ! “urlo in piena notte. Certo, quello che Esaù mangia per vendersi la primogenitura di Isacco e darla a Giacobbe. E Giacobbe poi diventa Israele in una notte agitata in una terra di confine e in un tempo di incertezza in cui «ha combattuto con Dio e ha vinto». Combattere con Dio vuol dire fargli causa. Una lite temeraria. Una causa persa. Ma a volte le cause più impensate e improbabili si vincono, magari facendosi male e soffrendo come è capitato a Giacobbe, a costo di rimanere zoppi. Non vale la pena barattare il proprio destino umano e professionale per qualsiasi onorevole resa; le lenticchie portano soldi ma alla fine sono un contorno.

 

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