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“Palamara non prese 40mila euro per la nomina del procuratore di Gela”

Crollano le accuse nei confronti del magistrato ex presidente dell'Anm
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Luca Palamara non venne corrotto per nominare Giancarlo Longo procuratore della Repubblica di Gela. E’ quanto si legge nell’avviso di conclusioni indagini notificato ieri all’ex presidente dell’Anm ed ex componente del Csm.I pm di Perugia hanno escluso quindi che Palamara abbia ricevuto 40.000 euro dal faccendiere Fabrizio Centofanti per nominare Longo a capo della Procura di Gela o per danneggiare il pm Marco Bisogni nell’ambito del procedimento disciplinare che lo vedeva coinvolto.

Dopo circa due anni di indagini si affievoliscono le accuse nei confronti di Palamara che avevano scatenato lo scorso maggio, quando vennero pubblicate alcune intercettazioni, un terremoto a Palazzo dei Marescialli con le dimissioni di cinque consiglieri del Csm. Gli inquirenti contestano a Palamara l’articolo 318 codice penale nella formulazione introdotta dalla legge Severino del 2012, “corruzione per esercizio della funzione”.

Il reato svincola la punibilità dalla individuazione di uno specifico atto ricollegandola al generico “mercimonio della funzione”. Palamara, per i pm Gemma Miliani e Mario Formisano, sarebbe stato a libro paga di Centofanti anche se non è chiaro a quale scopo, dato che, come scrisse il gip, “il contributo del singolo consigliere non può assumente rilievo determinante nell’ambito dei processi deliberativi di un organo collegiale e non sono stati individuati specifici comportamenti anti/doverosi attribuibili a Palamara”.

Nello specifico a Palamara vengono contestati dei viaggi in Italia e all’estero. Un’altra contestazione riguarda invece l’ex consigliere Luigi Spina che avrebbe violato il segreto avvisando Palamara di un esposto presentato dal pm romano Stefano Fava contro l’allora procuratore Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo. “In relazione alle ipotesi di reato ancora contestate a Palamara questa difesa è certa di poter portare all’attenzione degli organi inquirenti ulteriori e decisivi elementi per dimostrare da un lato l’insussistenza di accettazione di qualsiasi forma di utilità dall’altro l’assenza di qualsiasi forma di istigazione per conoscere notizie già ampiamente note in quanto riportate dai principali quotidiani nazionali”. E’ quanto si legge in una nota degli avvocati Roberto Rampioni Mariano e Benedetto Buratti.

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