Scienziati? Ma no, tocca alla politica dire basta al lockdown

L’ANALISI

Quello che è consentito a Padova è vietato a Caserta. Quello che è aperto ad Ancona è chiuso a Novara. Quello che è autorizzato a Potenza è bloccato a Sesto San Giovanni. L’Italia del dopo Pasqua nell’anno zero di Covid- 19 somiglia a un puzzle impazzito e sclerotizzato dove ciascuna Regione – talvolta anche qualche Comune – va per conto proprio.

Ha sicuramente ragione il ministro Boccia quando afferma che “mettere ordine con 21 sistemi regionali diversi è un obiettivo ambizioso”, ma la distanza tra l’ambizione e una realtà tanto diversificata è decisamente troppa soprattutto perché a pagarne il prezzo sono i cittadini, le imprese, i lavoratori costretti a inseguire leggi, ordinanze, direttive spesso scritte con la lingua incomprensibile tipica del nostro legislatore e della nostra burocrazia. Quello di cui avremmo bisogno è evidente a tutti: una linea chiara, razionale e unitaria. A darla non possono, e non devono, essere gli scienziati. Loro possono consigliare, studiare ipotesi, immaginare percorsi, ma non decidere. No, quello spetta alla politica che non può cavarsela chiedendo alla scienza – citando ancora il ministro Boccia – “certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema”. Perché la scelta è ricerca continua, è messa in discussione costante dei risultati raggiunti, abbattimento dei dogmi e non fermarsi davanti a certezze. Chiedere inconfutabilità alla scienza, soprattutto davanti a un virus nuovo come quello che ha stravolto le nostre vite – significa violarla. E significa provare a fuggire dalle proprie responsabilità. E, allora, sia la politica a guidare, a dettare quel percorso che si stenta a vedere.

Perché manchi è uno dei misteri in salsa italiana con i quali siamo abituati a convivere. In fondo, cosa ha fatto Covid- 19 se non amplificare i mali atavici di un Paese che da decenni è fermo, impaurito e incapace di crescere? C’è sicuramente, come detto, l’abdicazione della politica all’ennesima potenza nel continuo rimando alle indicazioni dei tecnici. Ma ci sono anche l’egoismo territoriale al quadrato nel procedere in solitaria delle nostre Regioni, il consueto scaricabarile sull’Europa che ha accompagnato anni di scelte, fatte o rinviate, dei nostri governi. E c’è, ancora una volta, la capacità unica – potremmo dire l’arte – di creare strutture, comitati e commissioni ad hoc per evitare di prendere le decisioni più delicate.

La neonata task force per la Fase 2 affidata alla guida di Vittorio Colao rischia seriamente di rientrare in questo elenco. Non ovviamente per le qualità del manager che sono indiscusse, ma perché si intravedono – e nemmeno troppo in filigrana – tutti i limiti che tale struttura può avere. Ad iniziare dal concetto stesso di “Fase 2”. Chi stabilisce cosa sia? Chi fissa gli standard per sancire il suo avvio? “Fase 2” è un concetto politico, sanitario o economico? Domande che necessitano di una risposta immediata, preliminare all’avvio dei lavori. E, ancora, in che rapporto si trovano la task force e il manager che la guida con il presidente del Consiglio e con i ministri?

Colao dà suggerimenti al premier che poi li riporta al Consiglio dei ministri o indica una via che ciascun ministero, rinunciando alle proprie prerogative, è tenuto a seguire? La recente storia italiana ci invita a dare prontamente seguito a questi interrogativi: l’elenco degli autorevolissimi commissari per la spending review inutilmente ( o quasi) indicati da vari governi per presentare progetti mai veramente attuati di razionalizzazione della spesa pubblica è lì a ricordarcelo.

E c’è almeno un altro interrogativo che richiede una risposta in tempi brevi e che riguarda il rapporto tra Roma e i governi regionali, vero nervo scoperto della gestione di queste settimane di emergenza Covid- 19. Visto che in ogni singola Regione stanno nascendo squadre di tecnici ed esperti come si relazioneranno con la task force Colao? Rivedremo lo stantio scontro di queste settimane? Assisteremo ancora una volta basiti al balletto di attacchi e contrattacchi tra centro e periferia con tanto di soluzione differenziate Regione per Regione?

La gravità della situazione non lo consente e gli italiani non lo meritano perché – a dispetto di Mao grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione è tutt’altro che eccellente.

 

 

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