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Mortalità più alta in Spagna, poi l’Italia. Ecco lo studio

Il primo fattore di rischio che può rendere severi, critici o fatali gli effetti dell’infezione è quello dell’età.
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La pandemia del Covid-19 ha effetti diversi nei vari Paesi in cui colpisce: sul piano della mortalita’, secondo uno studio della Johns Hopkins University, gli effetti peggiori si registrano in Europa. Lo studio prende in considerazione due parametri: i morti per 100 casi di virus confermati e quelli ogni 100.000 abitanti in tutti i Paesi in cui si sono registrati casi di nuovo coronavirus.

I primi tre Paesi per tasso di mortalita’ su 100.000 abitanti sono la Spagna (35%), l’Italia (32,2%) e il Belgio (29,2%), dice l’universita’. Invece, i primi tre Paesi per decessi ogni 100 casi confermati sono l’Italia con il 12,8%, la Gran Bretagna con il 12,4% e il Belgio con l’11,9%.

Secondo i dati sull’epidemia  analizzati dall’Istituto Spallanzani di Roma, nel complesso, l’83,4% dei decessi si registra tra persone di età superiore ai 70 anni. In base ai dati disponibili all’11 aprile, relativi ad un totale di 17.916 decessi, il sistema di sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato, a fronte di una media complessiva del 12,5%, un tasso di letalità dello 0,1% per i casi di età compresa tra 0 e 9 anni e tra i 20 e i 29 anni, dello 0,4% tra i 30 e i 39 anni, dello 0,9% tra i 40 e i 49 anni, del 2,5% tra i 50 e i 59 anni, del 9,2% tra i 60 e i 69 anni, del 23,8% tra i 70 e i 79, del 31,6% tra gli 80 e gli 89 anni, del 26,3% per gli ultraottantenni.

Il primo fattore di rischio che può rendere severi, critici o fatali gli effetti dell’infezione è quello dell’età. L’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità sui 16.654 pazienti deceduti al 9 aprile evidenzia un’età media di 78 anni, con una larga prevalenza (67,1%) di persone di sesso maschile.

L’infezione inoltre colpisce con maggiore severità i pazienti che presentano qualche comorbilità: l’analisi di un campione di 1.453 persone decedute per le quali è stato possibile analizzare le cartelle cliniche evidenzia che il 3,5% non aveva, al momento della diagnosi di positività, alcuna patologia pre-esistente; il 14,8% presentava una patologia, il 20,7% presentava due patologie, il 61% presentava tre o più patologie. Tra le patologie pregresse più frequentemente osservate nei pazienti deceduti, il 69,9% soffriva di ipertensione, il 31,8% di diabete di tipo 2, il 28% di Cardiopatia ischemica, il 23,1% di insufficienza renale cronica, il 22,6% di fibrillazione atriale, il 17,6% di BPCO (Broncopneumopatia cronica ostruttiva).

Tra i 16.654 pazienti deceduti al 9 aprile, 197 (1,2%) avevano meno di 50 anni, 44 (0,3%) meno di 40 anni. Tra questi ultimi 29 presentavano gravi patologie pre-esistenti, di 7 non si hanno informazioni cliniche, e 8 non presentavano patologie di rilievo.I dati che vengono dai pazienti italiani sono sostanzialmente concordanti con quelli che emergono da una recente ricerca condotta negli USA dal CDC (Center for Disease Control) su oltre 120.000 pazienti positivi, e dalla quale emerge che il 37,6% dei pazienti avevano una qualche comorbilità, e che questa tipologia di pazienti rappresentava il 78% di tutti i pazienti ricoverati in terapia intensiva.

 

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