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Il leghista Cota: «Sconti di pena per evitare una strage»

L'ex governatore leghista del Piemonte: «Non sono buonista, è una questione di diritti»
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Non è una questione politica, ma una questione «di diritti». Ed un problema oggettivo, se è vero, com’è vero, che le carceri rischiano di trasformarsi in veri e propri focolai epidemici. Così Roberto Cota, ex presidente della Regione Piemonte, decide di dismettere per un attimo la veste da leghista, parlando da avvocato e chiedendo, assieme a colleghi di estrazione politica anche totalmente distante dalla sua, sconti di pena automatici e custodia cautelare in carcere sostituita dagli arresti domiciliari, provvedimenti che ridurrebbero i rischi di quella che rischia di essere una polveriera sanitaria. Anche a “costo” di andare contro il proprio partito, che invece ha dichiarato in ogni modo di essere contro qualsiasi tipo di provvedimento che possa essere interpretato come uno sconto della pena. «Lungi dal voler essere buonisti – spiegano Cota e i colleghi – si tratta di fare un ragionamento che può essere basato su un argomento: l’interesse generale alla carcerazione di determinate categorie di persone si deve bilanciare con l’interesse, sempre generale, collegato all’emergenza sanitaria ed alla prevenzione della diffusione del contagio».

Avvocato, la sua è una presa di posizione che cozza con quella del suo partito…

Ma io non faccio più politica. Parlo a titolo esclusivamente personale e da avvocato. Infatti questa idea nasce da un gruppo di avvocati piemontesi che non fanno più politica e che provengono da aree diverse. Io, ad esempio, sono di area federalista e autonomista, Ennio Galasso viene da Alleanza Nazionale, Maria Teresa Armosino, ex deputato ed ex sottosegretario, è stata di Forza Italia. Luca Cassiani, Gianluca Susta e Gabriele Molinari vengono dal Pd, quindi è una riflessione assolutamente trasversale, oltre che estremamente pratica, perché se non si affronta il problema delle carceri si rischia un’emergenza che riguarda l’intero servizio sanitario, perché se i detenuti si ammalano bisognerà gestirli.

Quindi è anche un modo di dire che non è un problema che riguarda lo schieramento politico, ma una questione effettiva e di diritti?

Per quanto mi riguarda sì. Oggi c’è bisogno di un approccio molto pratico e non ideologico, fatto di contrapposizioni, perché una cosa del genere va oggettivamente affrontata.

Quali sono i rischi concreti?

Innanzitutto, parlando da un punto di vista generale, se dovesse esplodere un problema di contagio all’interno delle carceri ci sarebbe non solo un problema oggettivo per gli istituti penitenziari, ma anche un problema di cura. Non si può lasciare in carcere un malato Covid, ci sarebbe un problema di gestione, oltre che problematiche di salute – che è un bene Costituzionale – per le guardie penitenziarie e per gli altri detenuti. Allora bisogna adottare soluzioni pratiche. Poi c’è il problema dei detenuti in custodia cautelare, al di là delle possibili eccezioni: già, in partenza, la custodia cautelare in carcere dovrebbe essere una extrema ratio, ma in un contesto come questo dovrebbe esserlo ancora di più. E le mie sono le stesse obiezioni sollevate dal Procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi.

Però c’è chi ritiene che tali provvedimenti possano essere percepiti come uno sconto della pena. Come risponde a queste obiezioni?

Chi fa politica ha una pressione che è legata all’esigenza di difendere il proprio elettorato e non perdere voti. È anche da comprendere. Chi, invece, sta fuori da certe logiche non ha questa esigenza e direi che questi argomenti vadano guardati con la maggiore obiettività possibile.

Quale soluzione propone per evitare il rischio di diffusione del virus negli istituti penitenziari?

Innanzitutto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari, salvo casi eccezionali, come del resto ha suggerito Salvi nella circolare indirizzata ai procuratori generali delle Corti d’Appello. Poi c’è l’aspetto legato al fine pena. È stata prevista, nel decreto legge numero 18, la possibilità di far uscire chi ha da scontare residui di pena fino a 18 mesi, ma mentre fino a sei mesi il braccialetto non è necessario, oltre i sei mesi lo è e i dispositivi non ci sono. Inoltre la responsabilità della scarcerazione è demandata alla magistratura di Sorveglianza, che deve valutare caso per caso, con passaggi burocratici complessi e che, peraltro, è già intervenuta coraggiosamente sull’emergenza covid anche su altri fronti. In più c’è tutta un’altra serie di questioni burocratiche legate all’impianto di relazioni necessarie per ottenere la misura e intanto l’emergenza potrebbe già essere superata. Forse un provvedimento che consenta di convertire automaticamente la pena in pena domiciliare avrebbe più senso.

Ci ha tenuto a specificare che non è una scelta buonista.

Sì, perché è una valutazione di carattere tecnico trasversale.

Quindi non si crea un’emergenza di tipo diverso?

No, perché se fatta in maniera chirurgica funziona. Si tratta solo di superare alcune questioni. Per chi ha un fine pena non lungo è necessario che il passaggio ai domiciliari sia automatico. Ed è necessario che siano disponibili i braccialetti, altrimenti si crea un altro problema.

È un tema che viene sottovalutato?

Sì, perché se non viene affrontato si rischia di pagare un costo sociale più alto. Le situazioni emergenziali vanno prese di petto, altrimenti, poi, toccherà cercare soluzioni per altri problemi.

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