Uncategorized 7 Apr 2020 21:00 CEST

“Loquor ergo sum“, come essere premier nell’era del virus senza un mea culpa

Pochi erano stati I presidenti forti nel Parlamento in mano ai partiti: Andreotti, Spadolini, Craxi, Berlusconi. Conte non ha un partito ma una pandemia

Dalla Costituente in poi, i nostri sono stati governi di coalizione, con tanto di delegazioni di partito all’interno della cittadella ministeriale. E il presidente del Consiglio, con i mesi contati, sovente è stato un felliniano direttore d’orchestra. Un mediatore più che un decisore. Giovanni Spadolini lanciò un grido di dolore: «Dal punto di vista istituzionale, siamo la Cenerentola d’Europa». “Loquor ergo sum“, come essere premier nell’era del virus senza un mea culpa

Su La Stampa del 30 marzo il sindaco di Milano Beppe Sala apre un altro fronte. Auspica una nuova Assemblea costituente formata da sindaci e presidenti di regione, un po’ a imitazione del Senato disegnato dalla riforma costituzionale renziana colata a picco dal referendum del 4 dicembre 2016. Solo così, a suo avviso, sarà possibile modernizzare lo Stato e far ripartire l’Italia dopo il virus. Consensi e dissensi si sono accavallati. Perfino nello stesso partito, com’è il caso della Lega. Per un Giancarlo Giorgetti che ha detto subito di sì, c’è stato un Roberto Calderoli che ha salutato la proposta fuori luogo e fuori tempo massimo. Se son rose, sfioriranno. Tuttavia sui problematici rapporti Stato- Regioni sono scesi in campo pesi massimi del giure come Sabino Cassese e Cesare Mirabelli. Mentre il costituzionalista Stefano Ceccanti, deputato del Pd, ha presentato una proposta di legge costituzionale volta a introdurre una clausola di supremazia statale.

Per un’Assemblea costituente futuribile, c’è quella che ha dato buona prova di sé negli anni 1946- 1947. Visto che assistiamo a una sovraesposizione della figura del presidente del Consiglio, non sarà male ricordare il dibattito di allora sul capo del potere esecutivo e l’evoluzione dei suoi poteri nel corso dei decenni. Il presidente della commissione dei Settantacinque, Meuccio Ruini, nella sua relazione al progetto di Costituzione sapeva quello che diceva. Affermò: “Per dare unità e stabilità al governo il progetto fa del Presidente del Consiglio dei ministri non più un primus inter pares ma un capo, per dirigere e coordinare l’attività di tutti i ministri”. Ma nella seduta del 24 ottobre 1947 non tutto fila liscio come l’olio.

Non è un mistero che le sinistre guardavano con sospetto agli organi monocratici. Un po’ per motivi ideologici e un po’ perché organi di tal fatta non solo lottizzabili. Avrebbero voluto affogare il capo dello Stato nella collegialità, prospettando un Consiglio supremo della Repubblica al fine di tenerlo a bada. E fosse stato per loro, addirittura non avrebbero avuto obiezioni a un ritorno allo Statuto albertino. Che dedicava ben tre articoli ai ministri – il 65, il 66 e il 67 – ma non faceva menzione della figura del presidente del Consiglio. Affermatasi però presto in via di prassi. Ma il democristiano Egidio Tosato, eminente costituzionalista vicino a De Gasperi, tagliò corto: “la figura del presidente del Consiglio è un’esigenza e un fatto che non si può eliminare”.

Come i sogni, le buone intenzioni ebbero un brusco risveglio. I nostri sono stati governi di coalizione, con tanto di delegazioni di partito all’interno della cittadella ministeriale. All’insegna del cuius regio, eius religio. E il presidente del Consiglio, con i mesi contati, sovente è stato un felliniano direttore d’orchestra. Un mediatore più che un decisore. Certo, ci sono stati presidenti del Consiglio che hanno pesato di più. Per indubbia personalità o per fortunate circostanze. Basterà citare Alcide De Gasperi, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Giovanni Spadolini, Bettino Craxi, Giuliano Amato, Silvio Berlusconi. Proprio Spadolini lanciò un grido di dolore. Disse: “Dal punto di vista istituzionale, siamo la Cenerentola d’Europa”. E tra il suo primo e il suo secondo ministero, a cavallo degli anni Ottanta, coniò quel decalogo istituzionale che di lì a poco rimpannuccerà le prerogative del capo dell’Esecutivo. Con la legge sull’ordinamento della presidenza del Consiglio. Con la regola del voto palese in Parlamento, oscurata fino ad allora dallo scrutinio segreto.

Arriviamo così ai giorni nostri. Giuseppe Conte s’insedia a Palazzo Chigi per un colpo di fortuna. Perché i leader della costituenda maggioranza, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, per via dei veti incrociati sono costretti a puntare su un terzo uomo. Dopo aver patito le pene dell’Inferno, Conte si riscatta nell’agosto dell’anno scorso. Quando al Senato mette paternamente una mano sulla spalla dell’incredulo Capitano della Lega, gliene canta di tutti i colori e si fa la fama di colui che si è sbarazzato di Salvini. Per questo solo fatto gli si dischiudono di nuovo le porte di Palazzo Chigi. Se gli incerti del mestiere dei re sono gli attentati, quelli dei presidenti del Consiglio sono la durata dell’incarico. Di regola, inferiore all’anno. E poi si trovano tra due fuochi. Tra il capo dello Stato, per sette anni stella fissa del firmamento istituzionale, e il Parlamento, di diretta derivazione popolare. O almeno così dovrebbe essere.

Ma proprio quando si comincia a parlare del successore, ci assale il coronavirus. E in guerra le prerogative del presidente del Consiglio aumentano. Conte non avrà i poteri del cancelliere tedesco, eletto senza dibattito dal Bundestag su proposta del Presidente federale. Né quelli del premier britannico, che è il leader del partito al governo. Però, nel suo piccolo, si considera ormai un punto di riferimento indispensabile. Anche se procede a tentoni. Tra ripensamenti, roso dal tarlo dell’antitesi, ed errori. Come Spadolini, si ama e si contraccambia. Fa la sua figura in televisione perché, vivaddio, non si è professori universitari per nulla. Il suo motto, parafrasando Cartesio, è “Loquor ergo sum”. “Parlo perciò sono”. L’avvocato del popolo gigioneggia, felice di esistere. E allunga lo sguardo al 2023, alla fine naturale della legislatura. Convinto di farcela. E se a volte recita il “mea culpa”, lo fa – per dirla con Andreotti – battendo il pugno sul petto altrui. La colpa è sempre del gatto. Nella fattispecie, delle regioni. Mai del governo. Non sia mai detto. Costretto a misurarsi con cose più grandi di lui, fa quello che può. Con il risultato che il ricoverato Johnson, il disinvolto Trump e compagnia cantante adesso gli stanno correndo appresso. Imitandone le ricette. Sempre più spesso Conte s’interroga su che cosa dirà la Storia. Un’ossessione, la sua. Dimentico della battuta di Napoleone: “Ah, la Storia. Mentirà come sempre!”.

 

 

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