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No, la pandemia non è una vendetta della natura contro di noi

Mentre gli scienziati studiano l'origine del Covid-19, gli apocalittici non hanno dubbi: è un castigo che punisce l'avidità dell'uomo
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«Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?», risponde beffarda La Natura all’afflitto islandese del celebre Dialogo di Giacomo Leopardi, il materialista Giacomo Leopardi.

Una replica disarmante, che rovescia la poetica da sussidiario della “natura matrigna” come la strega di Biancaneve, tutta intenta a punire la cattiveria e la superbia degli umani. Ma quale matrigna!

Come gli dei di Epicuro è del tutto indifferente al nostro destino, alle gioie e ai patimenti che incontriamo nella vita. I suoi «ordini», le sue «operazioni» non tengono conto dei nostri pensieri, e delle nostre azioni. Anche quando si scaglia contro di noi, e lo fa con snervante convinzione, scatenando eruzioni, terremoti, pestilenze e altre piaghe.

«Se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei». Un po’ come quando si schiacciano le formiche camminando sovrappensiero in un sentiero d’estate.

Nel mondo chiuso a doppia mandata dalla pandemia circola un pensiero ricorrente, a tratti ossessivo: la galoppata globale del coronavirus sarebbe una risposta del pianeta ( della natura) all’avidità del genere umano, al suo continuo depredare le risorse, alla distruzione degli ecosistemi causata dalla corsa al profitto.

La “prova” è l’ipotetica origine animale del Covid- 19, che sarebbe apparso al mondo compiendo un sinistro salto di specie, il cosiddetto spillover, per citare il titolo del fortunato bestseller del divulgatore e scrittore di viaggi David Quammen (libro pubblicato nel 2012).

Molti virus che colpiscono l’uomo provengono da altre specie animali, sono cioè zoonotici, come la Sindrome respiratoria mediorientale (Mers), trasmessa dai dromedari, l’influenza aviaria propagata da polli e tacchini, l’influenza suina che proviene dai maiali o la stessa rabbia provocata dalla saliva dei canidi.

E’ plausibile che anche il covid19 sia il risultato di una zoonosi, ma non ne abbiamo ancora certezza, Si ipotizza che il veicolo diretto sia il pangolino che avrebbe svolto il ruolo di ospite intermedio tra il pipistrello e l’uomo.

Ma la comunità scientifica non può certificarlo, essendo ancora impegnata nello studio di una “cosa” che fin qui non è ancora riuscita ad afferrare.

Una ricerca pubblicata giovedì sulla rivista Nature ad esempio avanza l’idea che il covid- 19 non abbia affatto origine animale e che al contrario conviva con noi (come altri coronavirus) da decenni; il “salto di qualità” lo avrebbe spiccato mutando nel tempo, ma anche in questo caso non si può avere alcuna certezza,

Il che non deve stupire: la scienza dei virus ne sa davvero molto poco, a partire dalla loro natura che divide gli accademici. Per alcuni sono esseri viventi perché dotati di Dna e Rna, per altri non possibile classificarli in questo modo in quanto privi di metabolismo, pura informazione genetica. La stessa storia dell’epidemiologia non sa spiegarci perché certi agenti virali siano apparsi improvvisamente sulla Terra per poi sparire con la stessa rapidità come la misteriosa Encefaite  letargica.

Ci accompagnano dalla notte dei tempi e la loro presenza ha modellato l’evoluzione del nostro stesso genoma che è di origine virale all’8%.

“Entità ai confini della vita” recita l’unica definizione che mette d’accordo virologi e microbiologi, ma è un compromesso, una non- definizione. In alcuni casi li abbiamo debellati (vaiolo), altri siamo riusciti a tenerli a bada grazie ai vaccini e all’immunità di gregge, o alle terapie antivirali (Hiv), altri ancora come l’epatite C non conferiscono nessuna immunità.

Ne conosciamo appena 5mila ma si sa che sono molti, ma molti di più: un cucchiaino da caffé riempito d’acqua ne contiene circa 800 milioni e ogni volta che ci facciamo una nuotata ne ingurgitiamo diversi miliardi, in so- stanza siamo inondati dai virus, Che generano numeri davvero pazzeschi: sull’intero pianeta dovrebbero essercene circa un quintillione, ossia 1 seguito da trenta zeri.

Se li mettessimo tutti in fila raggiungerebbero la distanza da capogiro di cento milioni di anni luce, cento volte il diametro della Via Lattea: «Quale che sia stato il brodo primordiale che ha fatto nascere la prima cellula i virus erano già là presenti, coincidono con la vita», spiega il virologo canadese Curtis Suttle, supponendo che si siano formati dal decadimento delle catene primordiali di Dna.

Ma, anche in questo caso sono supposizioni. Non solo la gran parte di loro è inoffensiva, ma alcuni hanno anche degli effetti indubbiamente benefici per gli esseri viventi e l’ambiente. L’assorbimento del carbone da parte delle alghe oceaniche che aiuta a purificare l’aria è accelerata ad esempio proprio dall’aggressività di migliaia di agenti virali ghiotti di cellule vegetali.

Anche la medicina utilizza i virus per combattere patologie croniche e gravissime come i tumori: la viroterapia, oggi ancora allo stato embrionale, è la frontiera più promettente per riuscire un giorno a sconfiggere il cancro.

Il disboscamento delle foreste, lo squilibrio degli ecosistemi, le migrazioni indotte della fauna, lo scioglimento dei ghiacciai sono senza dubbio eventi che determinano l’entrata in scena di nuovi virus che erano precedentemente ospitati in altri habitat.

E su questo elemento di verità che si fondano le suggestioni,  un po’ new age, di chi vede nello spillover una vendetta, un castigo quasi divino nei confronti della prosopopea umana.

Questi “scuotimenti” ambientali sono dannosi in sé, lo sono per gli uomini e gli animali che subiscono gli effetti nefasti dello sviluppo industriale sulla propria salute. Per questo la difesa dell’ambiente è una priorità ormai sostenuta da tutti gli scienziati del mondo.

La natura, che dall’apparizione della vita sulla Terra circa quattro miliardi di anni fa ha già provveduto a estinguere il 95% delle specie, non ha affatto bisogno di castigarci creando delle mortali pandemie. E se questo dovesse un giorno avvenire, come direbbe Leopardi, «non se ne renderebbe neanche conto».

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