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In attesa della “fase 2”. Tra proclami, dubbi e rischi democratici

Dopo l’annuncio di Giuseppe Conte sull’inizio della “fase 2”, tutti si chiedono come saranno modulate le misure meno stringenti. Ma per ora oltre i proclami il nulla
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Cosa accadrà il 14 aprile? Cosa significa convivere col virus? Per quanto tempo le nostre vite saranno sottoposte a restrizioni e controlli? Dopo l’annuncio di Giuseppe Conte sull’inizio della “fase 2” all’indomani di pasquetta, tutti si chiedono come saranno modulate le misure meno stringenti legate all’uscita dalla fase più acuta dell’emergenza. Le risposte, al momento, non sembrano essere a portata di mano nemmeno da parte di chi ha annunciato il cambio di fase.

Il governo non è andato oltre i titoli e ancora ieri il presidente del Consiglio spiegava alla tv spagnola: «Posso dire che vogliamo uscire quanto prima dalla fase di emergenza più acuta. Già ora stiamo programmando una nuova fase di gestione dell’emergenza, in cui allentare alcune misure e apprendere a convivere con il virus». Il virus continua a mietere vittime e il governo non sembra essere nelle condizioni di andare oltre le buone intenzioni. L’unica certezza, al momento, è la profonda recessione in cui è destinato a piombare il Paese dopo il blocco della gran parte delle attività produttive. Secondo i dati elaborati dal Centro studi di Confindustria, il Covid 19, nel solo mese di marzo, ha affossato la produzione industriale del 16,6 per cento, del 5,4 nel primo trimestre. «Se confermato dall’Istat, rappresenterebbe il più ampio calo mensile da quando sono disponibili le serie storiche di produzione industriale (1960) e porterebbe i livelli su quelli di marzo 1978», si legge sul report del Centro studi. «Ci aspettiamo la consapevolezza dell’Europa che si cominci a preoccupare della fase due, cioè come governare la fase di transizione per le imprese e la consapevolezza di quello che l’asse Francia-Spagna-Italia stanno facendo per dare una nuova trazione all’Europa», commenta il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.

In attesa che il governo chiarisca tempi e modi di un’eventuale riapertura delle imprese dopo il 13 aprile, non va meglio ai lavoratori di altri settori come i dipendenti della pubblica amministrazione, appesi al filo dell’incertezza la maggioranza degli italiani. «Per la fase successiva, prevederemo delle lente riaperture ma sempre con molta cautela», dice la ministra competente Fabiana Dadone. «Bisogna tenere a mente che in questo momento le misure d’isolamento sono quelle che maggiormente ci tutelano dal contagio», aggiunge la ministra, senza fornire dettagli ulteriori, proprio come Giuseppe Conte. Perché il piano, se c’è, è in fase di elaborazione e nessuno vuole sbilanciarci. L’unico a farlo resta Matteo Renzi, sempre convinto della necessità di ripartire, con le dovute cautele, il prima possibile, senza perdere altro tempo. «Visto che il virus ci vorrà un anno per debellarlo, bisogna avere un piano per riaprire in sicurezza», dice il presidente di Italia Viva, Ettore Rosato. «Il nostro compito è questo, così come pensare a come far finire l’anno scolastico ai nostri figli». Anche i proclami degli “aperturisti”, e di governo per giunta, non si spingono però oltre i titoli. Ma la “fase 2” non dovrà solo rimodulare i ritmi produttivi, dovrà anche segnare un passo in avanti per il ritorno a una vita democratica compiuta.

E fa discutere, in questo senso, la proposta lanciata da 150 accademici che invitano la maggioranza a seguire la via coreana alla lotta al virus. Che tradotto significa: utilizzo di intelligenza artificiale, geolocalizzazione di ogni cittadino, isolamento dei soggetti positivi e misure di quarantena localizzate. «Tali misure hanno reso possibile un elevato livello di contenimento evitando il blocco totale del sistema economico e produttivo, realizzando un rilevante numero di test mirati, incrociati con l’isolamento dei soggetti positivi ed un loro tracciamento attraverso la geolocalizzazione», scrivono i proponenti. «Le misure di sorveglianza attiva, già avviate in Veneto, potrebbero inoltre concorrere ad una migliore gestione dell’emergenza sanitaria evitando la saturazione degli ospedali e prevedendo misure solo localizzate di quarantena generalizzata».

Ma un ricorso massiccio alla tecnologia per mappare gli spostamenti di ogni singolo cittadino richiede «l’avvio di una politica di geolocalizzazione che deroghi temporaneamente alle norme sulla privacy, con un termine certo e nel rispetto dei diritti costituzionali». Il bivio è tracciato. Ora bisogna scegliere se in democrazia venga prima il diritto alla salute o quello alla libertà individuale.

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