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Il Dubbio del lunedì

Forse dopo la devastazione del virus si capirà che il giudice onorario merita uno stipendio

Può il magistrato non professionale restare sospeso alla “lotteria del cottimo”? È mai possibile essere contagiati in ufficio e non aver diritto alla malattia?
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Eravamo in tanti a non credere alle previsioni astrologiche che per l’anno del Topo annunciavano cambiamenti epocali, lo sconvolgimento del solido assetto del mondo, l’irreversibile trasformazione della società… E invece ecco il Cigno Nero, l’evento imprevisto e imprevedibile, il colpo d’ali che ha mutato il normale scorrere delle nostre vite.

C’è ovunque un clima di surreale attesa e negli uffici giudiziari si percepisce che finita l’emergenza, il volto della Giustizia cambierà radicalmente.

Gli avvocati declamanti dinnanzi ai giudici, in aule gremite, resteranno un ricordo del passato. La crisi sanitaria ha impresso un’ accelerazione impensata, avanza un modo nuovo di condurre i processi, attraverso computer e smartphone. Non potendo l’attuale normativa applicarsi ad udienze celebrate fuori dalle aule dei tribunali, riformare le regole ed il rito è divenuto necessario ed urgente. Il decreto Cura Italia ha introdotto nuove modalità di gestione dei processi: le udienze telematiche e lo scambio di atti scritti, seguito dal deposito fuori udienza del provvedimento. Si tratta di veri ibridi, di “udienze- non udienze” che non tengono conto del sistema di retribuzione di alcuni operatori del processo, ovvero dei giudici onorari di tribunale.

Il sistema a cottimo ancora oggi previsto per i GOT, già incompatibile con le tutele che da oltre un secolo le società evolute riconoscono a tutti i lavoratori, comporterà un azzeramento dei loro redditi in quanto l’ “udienza- non udienza”, al pari di tutte le attività che precedono e seguono l’udienza, non sarà retribuita. Nonostante non siano considerati lavoratori, e malgrado la flebile indennità versata unicamente per le udienze, i GOT, non meno dei giudici di carriera, sono da sempre impegnati in prima linea per l’efficienza della Giustizia, e patiscono al tempo stesso il travaglio dei magistrati, e quello degli avvocati.

Con il Cura Italia lo Stato ci ha poi graziosamente concesso un contributo di 600 euro per tre mesi, attingendo ai fondi già stanziati per noi, così lucrando sulla differenza tra tale somma – inferiore al reddito di cittadinanza- e i maggiori importi già accantonati per le ordinarie indennità. Per far fronte all’attuale emergenza e alla mole inesauribile dei processi pendenti, un’ amministrazione accorta avrebbe pensato di avvalersi della nostra passione, delle competenze e della sperimentata professionalità, valorizzandoci e non mortificandoci.

La brusca sospensione delle attività produttive ha travolto anche quanti di noi, avvocati, svolgevano con fatica la libera professione. Siamo stanchi di affrontare la lotteria del cottimo e spossati da una vita piena solo di incertezze. Mille dubbi ci assalgono: se fossimo preda del contagio, subiremmo anche noi l’ingrata sorte toccata al giudice di pace che avendo contratto la tubercolosi, nello svolgimento delle sue funzioni, si è visto negare il riconoscimento della malattia professionale?

L’avvento del Cigno Nero ci impone di pensare, con urgenza, al sostentamento nostro e delle nostre famiglie. Abbiamo l’imperativo categorico di ottenere subito un’indennità fissa e adeguata al nostro lavoro, e le tutele costituzionali fino ad oggi negate.

Se il nostro appello sarà ascoltato, forse la palingenesi annunciata dall’ anno del Topo avrà un senso positivo, e coloro che come noi credono nella Giustizia potranno guardare con fiducia al futuro.

IL DIRETTIVO DI “ASSO. GOT – NON POSSIAMO PIÙ TACERE”

 

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