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Evocano Draghi, ma per fare cosa? Lui è ecumenico, loro incalliti litiganti

Il ricordo del tecnico Ciampi che fu il premier più politico e efficiente. Ma I partiti si ripresero presto il loro potere
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Mi ha molto colpito l’intervento, ieri in prima pagina sul Dubbio, di Marco Follini a proposito di Mario Draghi. Mi ha sorpreso che uno dei più fini intenditori della cosa politica, ed egli stesso politico di grande acutezza intellettuale, ritenga certa la scesa in politica dell’ex presidente della Bce, che divenne personalità pubblica negli anni lontanissimi in cui al Tesoro era il direttore generale di Carlo Azeglio Ciampi. E ancor di più mi ha meravigliato L’ipotesi che Follini avanza, pur scartandola come evidentemente poco desiderabile per l’Italia di questo inizio di millennio, di un arrivo di Draghi in Italia «al modo di una leadership politica». Ed è questo, se intendo bene, un richiamo allo schema dei cosiddetti «tecnici prestati alla politica». Formula che circolò quando a Palazzo Chigi si insediò Ciampi, con uno dei migliori esecutivi dell’intera storia repubblicana, liquidato poi nel volgere di un anno alla stregua di un «governo amico», per usare la formula ipocrita che la Dc usò per liberarsi del governo Pella, che Luigi Einaudi nel 1953 aveva nominato senza neanche consultare i gruppi parlamentari ( all’epoca al Quirinale per le consultazioni nella formazione di un governo non salivano i segretari dei partiti: bei tempi, quegli altri tempi).

Per storia, carattere, autorevolezza e inclinazione alla cura del bene comune, con Ciampi fu subito chiaro che si trattava di tutt’altro che di un tecnico: Ciampi presidente del Consiglio e poi della Repubblica, è stato un politico vero, capace di mettere in campo politiche vere perché totalmente avulso dalla dominante politique politicienne. Basti ricordare, se è concesso un inciso, che nell’intervista che mi diede per il settimanale L’Europeo, l’ultima prima di lasciare Palazzo Chigi, quando gli dissi «adesso si andrà a elezioni, e le vincerà Berlusconi: che ne sarà dei conti pubblici italiani?», mi rispose con uno dei suoi sorrisi sereni «io sono tranquillo, perché le cose da fare per il bene del Paese sono quelle». Non vedeva la politica come potere e tantomeno come sistema di relazioni – cosa che può avere certo anche effetti collateralima esclusivamente come servizio patriottico ( fu tra l’altro lui a sdoganare, dal Colle, il patriottismo: anche per non lasciarlo come patrimonio esclusivo delle destre nazionaliste).

Possiamo osservare, senza fargli ombra, che Draghi scende da quella scuola, o quantomeno ha seguito da vicino quella personalità politicamente esemplare? Non si ambisce a questo o quell’incarico, si è sempre a disposizione del Paese, quando il Paese chiama, e non si dice mai di no al Presidente della Repubblica. Quella «chiamata» non è nelle facoltà dei Salvini, dei Renzi, dei Giorgetti, che mostrano sprezzo del ridicolo spendendo quel nome. Oltretutto, chi mai oggi potrebbe ambire a ricoprire un ruolo di così incerto destino, e di così limitato peso qual è quello del governo italiano? O dovrebbe coltivare quel sogno l’uomo che ha retto e forgiato il destino dell’intera eurozona, come scrivono i fogli sovranisti? Quella chiamata poi è nella disponibilità di una sola persona, il presidente della Repubblica. Il rapporto tra Mattarella e Draghi è stretto e costante, così come era anche con Napolitano, l’uomo che convinse Merkel che Draghi era l’uomo giusto per la Bce. Ma così come per ovvia cortesia istituzionale nei giorni scorsi Mario Draghi ha avuto modo di anticipare a Sergio Mattarella il suo intervento sul Financial Times per un sostegno pronto alle economie europee che rischiano di morire di coronavirus, allo stesso modo il Quirinale ha potuto felpatamente sondare una eventuale disponibilità di Draghi a un impegno di governo già nei giorni convulsi che hanno poi portato alla nascita del Conte2, trovando a quanto pare non troppo entusiasmo. Insomma, ci pare che non si tratti solo del «come» Draghi arriverà in Italia. Ma soprattutto del perché, e a fare cosa, data la frammentazione del quadro politico italiano. Mario Draghi oltretutto ha un innato senso ecumenico, affinato da un’educazione gesuitica.

Con grande misura, ma tende ad includere, parla con tutti, ignora o reagisce con ironia agli attacchi più feroci. Di qui a dedurne che sia pronto a scendere in campo, ce ne corre. Draghi non è il cavallo bianco, ma l’unicorno della politica italiana. Lo specchio in cui essa non può rimirarsi come la più bella: su questo, Follini ha ragione da vendere.

 

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