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Gino Girolimoni non era un mostro, ma la sua vita fu distrutta

Novantasei anni fa la storia di violenza e pedofilia che sconvolse la capitale. Ma quell'uomo era innocente
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Lo descrivono tutti allo stesso modo quel pomeriggio del 31 marzo 1924. Bello, assolato, nonostante l’ora. Le 18, in un’Italia al suo secondo anno da fascista. È il giorno in cui la vita di Gino Girolimoni, fotografo 38enne, inizia a cambiare. Ancora non lo sa, ma le strade di una brutta storia di violenza porteranno tutte, inspiegabilmente, a lui, facendolo diventare un mostro, senza esserlo mai stato.

La storia inizia con due fratellini. Giocano, ridono, scherzano davanti al Palazzaccio che si affaccia su Piazza Cavour, al centro della città eterna, Roma. Corrono e strillano, fino a sparire dalla visuale della donna che fa loro da tata. Quando lo sguardo si risolleva, senza trovarli, tutto ciò che può fare è iniziare a cercarli, con il fiato rotto dall’ansia, con il tremore alle mani. Emma Giacomini ha quattro anni e mezzo, il fratellino solo un paio. Li ritrova una donna, che a Monte Mario sente il pianto strozzato di una bimba coi vestiti strappati e un fazzoletto stretto attorno al collo. In ospedale Emma si salva. Qualcuno abbozza un identikit dell’uomo visto scappare a gambe levate: un cinquantenne alto, magro ed elegante. Un uomo a cui, ad un certo punto viene affibbiato, ingiustamente, il nome di Gino Girolimoni, vittima di uno dei più grandi errori giudiziari del secolo scorso.

Ma la strada che porta a lui è ancora lunga. Passano due mesi, è il 4 giugno. Un’altra bambina finisce preda di mani sconosciute. Si chiama Armanda, ha due anni, e si trova in via Paola quando qualcuno l’afferra. Strilla al limite del possibile, così che quelle mani sono costrette a lasciarla e le gambe a correre. Ma la sorte tornerà a cercarla due anni dopo, quando la fortuna sarà troppo distante per soccorrerla. Il 4 giugno di un mostro senza nome e volto non finisce con Armanda e la sua fuga. Sono le 22 quando in via del Gonfalone Bianca, anche lei 4 anni, scompare. La cercano tutta la notte, ma senza raggiungerla in tempo: il suo corpo viene trovato alle 11 del giorno dopo, vicino alla basilica di San Paolo fuori le Mura. Mezza nuda, sul corpo straziato, violato, si avventa un gruppo di maiali. È morta strangolata, con un fazzoletto legato al collo. Un’amichetta dice che a portarla via è stato un uomo elegante, coi baffi chiari e il soprabito grigio.

Il dolore per la sorte di quella bimba spezza in due la città, la gente ha paura, piange, invoca giustizia, si guarda attorno sospettosa di qualunque volto. Qualcuno viene linciato, qualcun altro decide di farla finita per la paranoia di finire in carcere sulla base del sospetto. La città si chiude a riccio, leccandosi le ferite e covando rancore, fino a placarsi di fronte alla vista di quel corpo suicida esanime, annichilito dalla paura. L’incubo sembra essere finito, la vita può tornare alla sua normalità sospesa da regime.

Ma l’orrore bussa di nuovo alla porta il 25 novembre 1924, quando Rosina, tre anni appena, scompare da piazza San Pietro. Il suo corpo riappare il giorno dopo, in una fornace di mattoni a Monte Mario. Vicino a lei un asciugamano, con sopra ricamate due iniziali: “R. L.”. Perfino Mussolini sente il suo potere vacillare, chiede la testa del criminale, minacciando la polizia. Ma le indagini arrancano e il maniaco continua ad agire indisturbato. Passano pochi mesi, è il 30 maggio del 1925. Elisa, sei mesi, viene stuprata e strangolata. Il suo corpo viene recuperato sul Tevere, assieme ad un fazzolettino con ricamata una “C”. Ci sono anche i pezzi di una lettera in inglese. Il mostro continua ad agire, prendendosi, tre mesi dopo, Celeste, 17 mesi, rapita dalla sua culla in via dei Corridori e ritrovata cadavere su via Tuscolana. Sparisce da casa anche Elvira, rapita il 2 febbraio 1926, ma salvata in ospedale come per miracolo.

 

Alcune foto di Gino Girolimoni

 

È dopo il ritrovamento del corpo della piccola Armanda, sull’Aventino, che qualcuno fa per la prima volta il nome di Gino Girolimoni. A pronunciarlo è Giovanni Massaccesi, un oste che dice di aver visto Gino e Armanda nella sua osteria. La testimonianza viene confermata da alcuni avventori, che dicono di ricordarsi di lui e del foruncolo sul suo collo, conto il quale premeva un fazzoletto. Gino viene fermato mentre si trova con una bambina di tredici anni, che qualcuno dice essere la sua “fidanzata”. Fa la cameriera in casa di una donna sposata, che intrattiene, in realtà, una relazione con Gino. Ma lui non lo dice e finisce in manette, guadagnandosi l’etichetta di mostro. La sua vita viene passata al setaccio, ogni suo passo studiato e giudicato. La stampa lo crocifigge, gli aneddoti falsi sul suo conto si moltiplicano. Tutti hanno qualcosa da dire su un uomo fino a quel momento al di sopra di ogni sospetto. Alla polizia si presenta Domenico Marinutti, giurando di essere la persona vista in osteria, quella col foruncolo sul collo e con una bambina aggrappata alla mano, sua figlia. E il giorno in cui Armanda muore Gino non è nemmeno a Roma. Gino non va con le ragazzine, Gino è innocente. Ma il mostro è servito e tutti preferiscono la sicurezza di un giudizio già emesso. Nessuna bambina sparisce più e così tutti sono autorizzati a non porsi altre domande.

 

Un giornale dell’epoca

 

Gino rimane in carcere, nega sempre di essere quel mostro orribile il cui vestito gli è stato cucito addosso, ma la sua parola non conta. Finisce in isolamento a Regina Coeli, finché non viene prosciolto «per non aver commesso il fatto». Non ci sono prove, fatti. Impossibile inchiodarlo a responsabilità non sue. È l’8 marzo 1928, finalmente torna libero. Il suo nome diventa sinonimo di “pedofilo” ed è così anche a distanza di quasi un secolo. Chiunque lo veda trova in lui ancora un mostro.

Tutti tranne Giuseppe Dosi, un commissario che riapre il caso, perché non crede che sia Girolimoni il responsabile di quella strage di anime innocenti. Ha un’intuizione colui che qualche anno dopo inventerà l’interpol: la descrizione dell’omicida coincide con quella di Ralph Lyonel Brydges, pastore protestante  alla Holy Trinity Church di via Romagna, già fermato a Capri per aver adescato una bambina. In casa sua trovano un taccuino con appuntati i luoghi in cui sono sparite le bambine, dei fazzoletti, ritagli di giornale su omicidi simili a quelli di Roma, ma avvenuti a Ginevra, in Germania e in Sud Africa. E ogni volta lui si trovava lì.

   Ralph Lyonel Brydges

 

La perizia psichiatrica restituisce il suo profilo peggiore, compatibile con quell’orrore. Ma sembra più vecchio di quanto i testimoni abbiano detto. Così l’accusa, seppure solida, vacilla. Mussolini, pressato dalla Chiesa anglicana, lo lascia andare e così il pastore fugge, abbandonando l’Italia. Quando viene prosciolto, nell’ottobre del 1929, è già via da un pezzo. Dosi, invece, viene rinchiuso in manicomio. Girolimoni vive da precario fino alla fine dei suoi giorni, con attaccati addosso, fino all’ultimo, il sospetto e la condanna degli occhi altrui. Muore nel 1961. Quasi nessuno si presenta al suo funerale, solo Dosi e un paio di amici, e anche le sue ossa, sepolte prima al Verano nella cappella di un conoscente, dopo anni vengono esumate e sepolte nella terra, per poi finire nell’ossario comune. Un ultimo colpo di spugna alla sua identità stravolta.

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