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Per il Fatto la Lombardia è come Cartagine e la sanità privata l’arma per attaccare la Lega

Lo sfortunato Attilio Fontana non riesce a farsi perdonare, oltre all’eredità del già ricordato Formigoni, pur con l’interregno di Roberto Maroni, l’appartenenza alla Lega del “cazzaro verde”
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Neppure lo spettacolo ormai abituale di un Giuseppe Conte notturno, costretto a presentarsi sempre composto, mai nervoso e tuttavia in ritardo, rispetto all’erta preannunciata, per riferire sulle decisioni adottate di fronte agli sviluppi dell’emergenza da coronavirus ha indotto quelli del Fatto Quotidiano,

che pure non sono certamente prevenuti contro di lui, a riflettere sulla serietà e complessità dei problemi che egli deve via via affrontare e cercare di risolvere. E’ così accaduto che, non volendo attaccare Conte, preoccupati anche di confondersi con i settori più inquieti o agitati del centrodestra, che a parole rispondono positivamente agli appelli all’unità e alla responsabilità del presidente della Repubblica ma nei fatti alzano sempre di più i toni e il prezzo della loro disponibilità, al Fatto hanno accusato domenica il governatore della Lombardia Attilio Fontana di avere praticamente forzato la mano al presidente del Consiglio.

Sulle valutazioni romane si sarebbe imposta quindi una regione ormai “fuori controllo” – titolo bene in vista sulla prima pagina – praticamente responsabile di essere l’epicentro dell’emergenza virale, come sarebbe appunto la Lombardia. Dove sarebbe peraltro eccessiva la presenza del privato nella sanità, voluta negli anni della presidenza di Roberto Formigoni. Che sarebbe stato ingiustamente sottratto – secondo Marco Travaglio – alla galera che meritava per la retroattività negata dalla Corte Costituzionale all’applicazione della cosiddetta legge spazzacorrotti nell’esecuzione della pena inflittagli in via definitiva per corruzione.

Gli esperti, dai virologi in giù e in sù, non condividono questa lettura delle condizioni della sanità lombarda, sostenendo anzi che nella disgrazia nazionale è stata per certi versi una fortuna che l’emergenza si sia manifestata per prima e sviluppata in una regione attrezzata sanitariamente come quella lombarda. Altrove, dal centro al Sud, la situazione sarebbe stata ancora più drammatica, e il bilancio dei malati e dei morti ancora più pesante. Ma da quest’orecchio, diciamo così, al Fatto non vogliono sentire.

La Lombardia sembra ormai diventata per loro quella che i romani per alcuni secoli prima di Cristo considerarono Cartagine. Se il presidente americano Donald Trump dall’alto – ahimè – della sua Casa Bianca non si lascia scappare nessuna occasione per ricordare la provenienza e natura cinese del coronavirus, dopo averlo peraltro scambiato per un raffreddore o qualcosa del genere, al Fatto non si lasciano scappare nessuna occasione per ricordare la provenienza e natura lombarda dei guai virali con i quali sono alle prese l’Italia e l’incolpevole governo presieduto da Conte. Che fra i vari inconvenienti ereditati dai suoi predecessori avrebbe quello delle competenze riconosciute in materia di sanità alle Regioni non chissà da chi ma dalla Costituzione della Repubblica. Alla quale anche Conte, come tutti i suoi predecessori, ha convintamente giurato fedeltà nelle mani del capo dello Stato all’atto dell’insediamento, prima ancora di chiedere e ottenere la fiducia parlamentare.

Da un po’ di tempo a questa parte, quando se ne occupa, Travaglio diffida dei governatori, del loro potere, delle loro manie, pur senza essere ancora arrivato all’insofferenza di Massimo D’Alema verso i sindaci, liquidati una volta come “cacicchi”. I governatori hanno in comune con i sindaci l’inconveniente – in questa lunga epoca di leggi a liste più o meno bloccate di essere davvero eletti direttamente dalle comunità che poi amministrano.

Ma fra tutti i governatori quello della Lombardia è preso particolarmente di mira dal direttore del Fatto. Lo sfortunato Attilio Fontana non riesce a farsi perdonare, oltre all’eredità del già ricordato Formigoni, pur con l’interregno di Roberto Maroni, l’appartenenza alla Lega del “cazzaro verde”, come viene generalmente chiamato Matteo Salvini da Travaglio, l’alleanza con un Silvio Berlusconi riuscito a convincerlo a tagliarsi la barba e infine – dannatamente – quel goffo tentativo in diretta televisiva di infilarsi dal verso sbagliato la mascherina.

Ora egli è anche il governatore comicamente “mascherato”, che pur di non assumersi le proprie responsabilità nell’adozione delle misure da emergenza del coronavirus – preferendo avvalersi solo del potere di assumere come consigliere per l’ospedale in allestimento nei padiglioni della vecchia Fiera di Milano Guido Bertolaso, altra bestia nera del caravanserraglio del Fatto – le scarica su Conte. Eppure, nonostante questo successo, chiamiamolo così, attribuitogli da Travaglio, nell’area del centrodestra nè il governatore lombardo, né Salvini, e neppure il più dialogante Giornale della famiglia Berlusconi, spintosi a definire “buffonata” l’ultimo parto governativo di Conte, hanno mostrato di avere gradito o condiviso gran che le decisioni del presidente del Consiglio. Di cui probabilmente – insisto, probabilmente – non debbono essere piaciute a Travaglio le circostanze politiche in cui, all’interno della maggioranza, sono maturate le scelte.

Il sospetto mi è venuto dalla cronaca, sul Corriere della Sera, di Marco Cremonesi e Monica Guerzoni. Che hanno raccontato testualmente, senza essere stati smentiti sino al momento in cui ne scrivo: «Se Di Maio si è battuto per restrizioni il più possibile rigorose, Bonafede ha scelto la linea della cautela. Il capo della delegazione era per mandare avanti la Lombardia, raccontano nel Movimento 5 Stelle». Conte invece ha preferito seguire l’ex capo della delegazione grillina al governo, piuttosto che il nuovo.

 

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