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L’infettivologa: «Situazione al limite, ma noi resistiamo. Una mutazione? Lo escluderei»

Paola Cinque, medico specialista del San Raffaele di Milano: «I malati sono molti più di quelli censiti»
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«La situazione negli ospedali di molte aree del Nord Italia è al limite». A dirlo è Paola Cinque, medico specialista in malattie infettive dell’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano, che al Dubbio parla di numeri e dati relativi all’emergenza Coronavirus. In molte regioni, spiega, i tamponi vengono fatti solo all’ingresso in ospedale, «per questo la proporzione tra contagi e deceduti sembra così alta». Ma non solo i contagi, anche il numero dei decessi rischia di essere più importante di quanto immaginiamo: «alcune persone muoiono a casa, senza passare per l’ospedale».

Dottoressa, perché l’Italia ha numeri così impressionanti?

In Lombardia, per esempio, il tampone viene fatto solo all’ingresso in ospedale e viene valutato con il tampone solo chi ha dei sintomi respiratori gravi, per cui, di fatto, soprattutto ultimamente, la proporzione dei morti sembra maggiore.

La protezione civile e l’Iss, in attesa di analizzare tutte le cartelle, parlano di morti con coronavirus e non per coronavirus…

Alla fine si muore per il coronavirus, anche se molte delle persone decedute avevano altre complicazioni alcune anche già gravi.

La Cina, però, ha una popolazione venti volte superiore all’Italia e i numeri sono molto più bassi, in termini di mortalità. Dipende da una mutazione del virus, come ha suggerito qualcuno, o i numeri in Cina non tornano?

No, non c’è assolutamente bisogno di ipotizzare mutazioni del virus. Il malato di coronavirus viene definito tale solo se ha un tampone positivo, che, come già detto, in diverse regioni viene fatto solo a chi è ospedalizzato. Il paziente viene valutato e trattenuto per sintomi respiratori gravi, dopodiché viene ricoverato in un reparto Covid. Essendo già grave dall’inizio, questo paziente ha una probabilità maggiore di non farcela ed è per questo che la proporzione dei deceduti in Italia sembra così alta. Quindi È principalmente una questione di calcolo, di denominatore. Da noi i malati di coronavirus sono 10, 100 volte di più rispetto a quelli che vengono segnalati nelle stime che il ministero ci fornisce ogni sera, perché moltissime persone che sono ammalate non vengono ricoverate e non vengono conteggiate, per non parlare degli asintomatici. È anche vero che l’età media dei malati di coronavirus in Cina è inferiore che in Italia e che in Italia la possibilità di diffusione del virus tra le persone anziane potrebbe essere superiore, perché da noi gli anziani vivono più a contatto con i familiari e hanno una vita sociale più intensa. Anche questo potrebbe contribuire alle differenze tra i numeri in Italia e Cina.

Perché in Italia il virus è arrivato in modo così aggressivo e perché soprattutto in certe aree?

L’epidemia è esplosa in modo molto più violento e numericamente più importante in Italia perché il virus ha circolato molto prima che venissero chiuse le aree rosse di Codogno e del Veneto. Dai primi focolai è iniziata la catena di trasmissione e quindi il numero di casi si è moltiplicato rapidamente.

Si possono ipotizzare legami con la forte industrializzazione dell’area? E il ruolo del fumo?

Possiamo solo ipotizzarlo, non ci sono dati a sostegno di questa tesi. Mentre i fumatori appaiono più a rischio. Il polmone è l’organo bersaglio di questo virus e subisce tutte le complicazioni principali. Chiaramente chi ha già un polmone compromesso, per vari motivi, come chi ha una bronchite cronica, soffre di enfisema o, appunto, perché è un fumatore, certamente ha dei polmoni più suscettibili.

Il picco è già arrivato o ancora non possiamo dirlo?

Questo possiamo definirlo solo a posteriori.

Cosa dobbiamo aspettarci dalle attuali sperimentazioni sui farmaci?

Ci sono alcuni farmaci al momento al vaglio. Uno è il Tocilizumab, impiegato per l’artrite reumatoide, che è stato già utilizzato in molti pazienti in tutta Italia e sarà ora oggetto di uno studio sperimentale centralizzato da parte dell’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco. Serviranno settimane, mesi per comprenderne gli effetti, ma ci aspettiamo dei dati anche dagli studi effettuati in Cina, che speriamo vengano pubblicati a breve. È un farmaco che tende a spegnere la risposta infiammatoria, che è ciò che provoca complicanze a livello polmonare. Poi c’è, il Remdesivir, un antivirale sviluppato per le infezioni da virus Ebola, e anche per questo farmaco è stato disegnato uno studio che speriamo parta a breve in Italia per testarne il livello di efficacia. Quasi a tutti i pazienti che vengono ricoverati, inoltre, viene somministrata l’idrossiclorochina, che è un farmaco antimalarico, che pare abbia anche una attività antivirale. Ma anche qui, siccome viene dato quasi a tutti, non sappiamo se ha effetti sul Covid.

Mentre dall’antivirale usato in Giappone, l’Avigan, possiamo aspettarci qualcosa?

Non ci sono ancora dati pubblicati su riviste scientifiche e per ora non possiamo basarci solo su video o altre informazioni riportate su internet. Anche questo farmaco è comunque al vaglio all’Aifa, che oggi (ieri, ndr) ha dato l’ok per la sperimentazione. È importante filtrare le informazioni in base ai dati reali che abbiamo per dire se un farmaco è efficace o no.

Secondo i dati statistici si muore più per influenza e polmonite che per Coronavirus, confrontando il periodo di riferimento.

Anche se all’inizio qualcuno diceva che Covid fosse poco più di un’influenza, i fatti hanno smentito queste affermazioni. Anche i meccanismi di malattia sono diversi. Qui si tratta di una polmonite virale, con dei meccanismi infiammatori. Nelle polmoniti conseguenti ad influenza, la maggior parte dei casi riguardano sovrainfezioni batteriche polmonari, in persone fragili, con un sistema respiratorio debole che facilmente possono contrarre un’infezione batterica che poi può anche portare al decesso.

È possibile che l’innalzamento delle temperatura possa aiutare a superare questa situazione e che ciò spieghi anche la minore diffusione al sud?

Non ci sono dati a favore o a sfavore. Non ci sono, in base agli studi disponibili, differenze tra le diverse aree colpite in termini di facilità di contagio. Alcuni non escludono che con un’umidità maggiore ci possano essere condizioni in grado di sfavorire la diffusione dei virus respiratori, ma non abbiamo dati a riguardo. Per quanto riguarda il minore numero di casi nel sud Italia, è perché in Lombardia e altre zone del Nord Italia il virus è arrivato molto prima e probabilmente è circolato per qualche settimana senza che lo sapessimo. Al sud, invece, sta arrivando con un certo ritardo, peraltro dopo l’attuazione delle misure contenitive, per cui c’è stato un margine di vantaggio importantissimo. E questo potrebbe spiegare il minor numero di infezioni.

Gli ospedali riusciranno a reggere ancora?

La situazione è al limite. Ci sono stati un grande sforzo e una grande capacità di dilatare all’infinito il numero di letti, di attrezzature e di personale nei reparti e nelle terapie intensive. A Milano per esempio è stato riconvertita l’area della ex fiera di Milano e Al San Raffaele è stato approntato un nuovo reparto di terapia intensiva in una tensostruttura precedentemente adibita ad attività sportive, mentre reparti se non ospedali interi sono stati riconvertiti in reparti Covid e gli ospedali da campo sono una realtà in molte città. Ora però dobbiamo fermare questa epidemia, e l’unica strategia, e questo riguarda riguarda ogni singolo cittadino, è quella di continuare ad osservare le misure restrittive che tutti dobbiamo conoscere bene, per evitare che la situazione diventi ingestibile a livello sanitario.

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