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La “distanza”, paradosso per battere la solitudine

Chiusi a casa: che succede? La segregazione si rivela un gigantesco laboratorio psico sociale. E così avviene la riscoperta del tempo e di nuovi valori
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Molti di noi trascorrono una grandissima parte del loro tempo lavorando in casa o in ufficio, ma dal momento in cui siamo costretti a rimanervi “per decreto governativo” avvertiamo un sentimento di oppressione. Cerchiamo di capire cosa ci accade. La segregazione in casa che stiamo tutti vivendo in questi giorni è un fatto veramente nuovo e può essere vista come un gigantesco laboratorio psico- sociale che ci porta a interrogarci sul nesso normalità/ follia.

Molti di noi trascorrono una grandissima parte del loro tempo lavorando in casa o in ufficio, ma dal momento in cui siamo costretti a rimanervi “per decreto governativo” avvertiamo un sentimento di oppressione. Cerchiamo di capire cosa ci accade.

La segregazione in casa che stiamo tutti vivendo in questi giorni è un fatto veramente nuovo e può essere vista come un gigantesco laboratorio psico- sociale che ci porta a interrogarci sulle abitudini, sugli automatismi, sul modificarsi dei nostri luoghi protetti, ma anche sul rapido mutare del concetto di privacy e del nesso normalità/ follia in epoche di crisi generalizzata.

Molti miei pazienti gravi mi segnalano quanto si trovino straordinariamente meglio quanto tutti sembrano impazziti non potendo più fare ricorso alle proprie abitudini quotidiane.

Giorni fa al supermercato ho incontrato Luca che aiutava la madre a fare la spesa destreggiandosi fra guanti e mascherina. Era lo stesso Luca che pochi mesi fa mi aveva malmenato in un momento critico nel corso di uno sfortunato tentativo di ricovero? Luca mi ha ripetutamente invitato a cena a casa dove vive con altri pazienti e io, un po’ imbarazzato ho dovuto ricordargli che, in questi giorni non è proprio possibile.

La felicità di incontrarci “a distanza di sicurezza” fa pensare quanto labile e cangiante sia il giudizio sui comportamenti folli e quanti pazienti ipocondriaci stiano paradossalmente meglio in un’epoca in cui i cosiddetti normali diventano tutti un po’ ipocondriaci. Lo stesso accade per i paranoici. Una coppia di miei anziani condomini che sono convinti che io e mia moglie siamo esseri demoniaci o alieni mi hanno sorriso e salutato per la prima volta in dieci anni quando, mantenendo la distanza di due metri, ho atteso che entrassero a casa loro prima di attraversare il loro pianerottolo.

Del resto anche una rapida scorsa delle motivazioni date alla Polizia da parte degli individui fermati in questi giorni ci fanno sorridere o, comunque, dubitare della stabilità dell’equilibrio mentale di ampie fasce della popolazione. Volevo comperare il pane nel paese vicino perché lì lo fanno più buono. Una volta per tutte volevo vedere dove abita Vasco Rossi. Volevo accertarmi se era vero che in campagna l’erba sta crescendo veramente troppo. Sto vagando senza meta perché la mia fidanzata mi ha cacciato da casa.

D’altra parte anche nell’ambito della sanità mentale vengono attivate strategie bizzarre o, comunque, solipsistiche. Un mio paziente prepara elaborati piatti di cucina cinese “per sentirsi solidale”. Una coppia di amici sta studiando il sistema per allestire il “bucato perfetto”, cioè quel sistema che garantisca il miglior risultato igienico con il minor spreco di detersivi e di energia. Alcuni conoscenti si impegnano in interminabili partite di Burraco sia reali che virtuali. Un amico mi ha rivelato di avere fatto la strabiliante scoperta di non ricordare di aver letto almeno la metà dei libri in suo possesso e di aver deciso di impegnarsi in questi giorni a rimediare a questa lacuna. In fondo, ciò che ci viene regalato da questa situazione eccezionale e sostanzialmente negativa è la riscoperta del tempo, di un tempo che spesso frammentato in tante mansioni cronologicamente scandite diventa un tempo della riscoperta, della sosta, della accoglienza delle nostre parti più trascurate e bisognose. È verosimile che ogni momento critico stimoli le nostre potenzialità, anche quelle più nascoste a noi stessi. Siamo consapevoli che non saremo più quelli di prima e che dovremo sperimentare nuove forme di socialità, produzione, consumo e solidarietà. In una parola nuove forme ed espressioni di valori. In questi giorni possiamo pensare che ognuno di noi è collocato in una polarità continua che ha da un canto la solitudine e dall’altro la partecipazione. Nella pratica del silenzio e di una solitudine che ponga alla propria estrema periferia tutte le emozioni negative risiede, forse, il principale rimedio a momenti di crisi generalizzata nei quali ci scopriamo più autenticamente umani all’interno della grandiosa e indifferente bellezza della natura.

* Psichiatra e psicoterapeuta

 

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