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Dissequestrati i beni di Ciancio Sanfilippo: «Non c’è prova che abbia aiutato la mafia»

Tra le motivazioni dei giudici di secondo grado vi è la «mancanza di pericolosità sociale» dell'editore siciliano
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La Corte d’appello di Catania ha disposto il dissequestro di tutti i beni di Mario Ciancio Sanfilippo che era stato deciso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale. Tra le motivazioni dei giudici di secondo grado vi è la «mancanza di pericolosità sociale» dell’editore e imprenditore. Tra i beni dissequestrati anche le società che controllano i quotidiani La Sicilia e Gazzetta del Mezzogiorno e le emittenti televisive Antenna Sicilia e Telecolor.

«Mario Ciancio Sanfilippo non è pericoloso e il suo patrimonio è proporzionato alle entrate quindi la Corte annulla la confisca», ha commentato l’avvocato Carmelo Peluso, difensore dell’editore catanese. Le aziende del gruppo – un patrimonio dal valore di oltre 150 milioni – fino ad oggi sotto amministrazione giudiziaria, tornano dunque nelle mani dell’imprenditore. Un patrimonio lo ricordiamo di oltre 150 milioni di valore.Secondo la Corte d’appello di Catania, presieduta da Dorotea Quartararo, il decreto impugnato deve essere annullato in quanto «non può ritenersi provata l’esistenza di alcun attivo e consapevole contributo arrecato da Ciancio Sanfilippo in favore di Cosa nostra catanese».

Secondo il Tribunale di primo grado, invece, ci sarebbe stato uno stabile «contributo» alla famiglia mafiosa catanese. Secondo i giudici di prevenzione di secondo grado, invece, «non può ritenersi provata alcuna forma di pericolosità sociale», in quanto non è risultata accertata e provata «alcuna sproporzione tra i redditi di provenienza legittima di cui il preposto e il suo nucleo familiare potevano disporre di liquidità utilizzate nel corso del tempo».

Con l’articolato provvedimento di quasi 120 pagine, la Corte catanese ha affrontato tutti i temi del processo Ciancio, dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia alle compravendite dei terreni sui quali sono sorti o sarebbero dovuti sorgere alcuni centri commerciali.«Con il provvedimento adottato oggi – affermano gli avvocati Carmelo Peluso e Francesco Colotti – la Corte di Appello chiude il lungo e doloroso calvario della misura di prevenzione nei confronti di uno dei più noti imprenditori siciliani, confermando la validità di tutte le argomentazioni difensive da sempre sostenute dagli avvocati Carmelo Peluso e Francesco Colotti, soprattutto nella parte in cui è stato escluso che Mario Ciancio abbia dato alcun contributo fattivo alle attività e allo sviluppo del sodalizio criminoso. Con la pronuncia sulla inesistenza di una sperequazione tra i redditi conseguiti e il patrimonio della famiglia Ciancio – sottolineano i legali – la Corte ha censurato anche il presupposto su cui il Tribunale aveva fondato la confisca dei beni, confermando la validità della minuziosa opera di ricostruzione reddituale e le puntuali osservazioni contenute nella consulenza tecnica del dottor Giuseppe Giuffrida, validamente collaborato dal dottore Fabio Franchina».

Si chiude così il lungo periodo di amministrazione giudiziaria, cominciato il 24 settembre 2018, periodo, che, secondo Fnsi e le Associazioni regionali di Stampa di Sicilia, Puglia e Basilicata «ha acuito i problemi delle testate producendo gravi ripercussioni sull’organizzazione delle redazioni, sugli organici e sulle retribuzioni di giornalisti e maestranze. Adesso è necessario che l’editore riprenda in prima persona le redini delle aziende, avviando una politica di rilancio all’insegna di una profonda discontinuità gestionale e manageriale» concludono le organizzazioni sindacali.

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