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Aiuti sanitari e visti: è “tregua del coronavirus” tra Israele e Palestina

Netanyahu ha concesso a 30mila lavoratori palestinesi di rimanere per due mesi
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Qualcuno potrebbe definirla la “tregua del coronavirus”: l’emergenza sanitaria che sta mettendo in ginocchio il mondo intero, segna un miglioramento, non si sa quanto temporaneo, delle relazioni tra Israele e Palestina. Dopo le ultime settimane di alta tensione, seguite alla presentazione del “piano del secolo” da parte dell’amministrazione Trump (piano che aveva suscitato lo sdegno dell’Autorita’ Palestinese e innescato la ripresa della pioggi di razzi dalla Striscia di Gaza verso Israele) sembra che ora si sia entrati in una fase diversa. Pur in assenza di un tregua ufficiale, la notevole propagazione, anche della pandemia di nuovo coronavirus, sta evidenziando una collaborazione piu’ stretta tra Israele e Palestina. In particolare si assiste, in questi giorni, agli aiuti sanitari da parte di Israele verso i Territori Palestinesi e verso la Striscia di Gaza. Inoltre, a seguito di un accordo tra il Ministero palestinese delle Finanze, le forze di Sicurezza israeliane e il COGAT (coordination For government activities in the territories), Israele ha concesso a circa 30.000 lavoratori Palestinesi di rimanere in Israele per poter lavorare a condizione di non rientrare per due mesi. Il ministero dell’Interno israeliano ha stabilito che ad ognuno verra’ dato vitto e alloggio e la necessaria assistenza sanitaria.

In realta’, i piu’ scettici vedono nella decisione una mossa piu’ legata alla convenienza economica che all’altruismo. Moltissimi infatti sono i lavoratori palestinesi che ogni giorno fanno i pendolari e che assicurano il funzionamento di fabbriche e cantieri in Israele e garantiscono la regolarita’ della produzione. Se questi, bloccati nei Territori per la chiusura dei confini a causa del coronavirus, non potessero lavorare per un lungo periodo, questo creerebbe a Israele notevoli danni in termini economici. La convenienza economica e’ pero’ reciproca. L’occasione di trasferirsi a lavorare stabilmente per un paio di mesi in Israele e’ stata infatti accolta e accettata dai palestinesi con favore perche’ permette loro di continuare a guadagnare e a mandare soldi alle famiglie nei Territori, specie in un momento delicato come questo. L’Autorita’ Palestinese ha deciso da ieri il blocco totale del Paese per bloccare il diffondersi del virus.

A volere questo provvedimento che consente ai lavoratori palestinesi di rimanere in Israele e’ stato in primis proprio il premier Benjamin Netanyahu, con l’appoggio del suo ministro della difesa, Naftali Bennett. Quali ne siano le radici e le motivazioni profonde, la decisione resta senza precedenti e sotttolinea quanto i due Paesi, le due economie, siano collegate. Cosa che, forse anche piu’ che agli altri, sembra ben chiara al presidente israeliano, Reuven Rivlin. Solo qualche giorno fa, infatti, Rivlin ha personalmente chiamato il presidente palestinese, Abu Mazen; e le sue parole sono state chiare: “La nostra capacita’ di lavorare insieme in questo difficile momento sara’ anche il testamento della nostra capacita’ e abilita’ di lavorare insieme in futuro per il bene di tutti”. Dal punto di vista sanitario la preoccupazione maggiore riguarda la Striscia di Gaza il cui sistema sanitario non e’ assolutamente in grado di coprire una eventuale epidemia in quella zona. Il maggiore Yotam Shefer, capo del dipartimento internazionale del Cogat, ha dichiarato in una conferenza con giornalisti stranieri che “i virus non conoscono confini”. Grazie alla cooperazione tra il ministero della salute israeliano e le autorita’ sanitarie palestinesi, sono stati inviati da Israele 400 kit per la rilevazione del virus e 500 kit completi per la protezione. Sono inoltre in corso incontri on line per effettuare la formazione degli operatori sanitari palestinesi nella prevenzione della pandemia, mentre dei campi attrezzati sono stati issati ai confini, dove ora sono ospitati i due casi di gazawi arrivati dal Pakistan.

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