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L’addio senza saluto al maestro Gianni Mura

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L’automobile dei vigili dribbla i vicoli stretti di questo paesino della bassa padana che non vivo da venti giorni. Passa sotto casa, invoca responsabilità e sacrificio. Responsabilità e sacrificio, proprio oggi che è morto Gianni Mura e vorrei pensare bene a questa cosa, magari all’aria aperta, costeggiando il Po che scorre a ottanta passi dal mio divano e quasi sempre è avvolto dalla nebbia.

Mura, che per me è stato un maestro senza che lui ne sapesse nulla. Era il più grande giornalista italiano, almeno per come intendo io il giornalismo italiano. Quando leggevo un suo pezzo o un suo libro, non so perché, pensavo sempre a quei talenti della comicità che, chiamati per sbaglio a recitare in un film drammatico, riuscivano a spaccarti il cuore come si deve. E a fare quella cosa non avevamo rivali. In Lombardia, che non è la mia terra neanche adesso che provo ad abitarla, la nuova peste uccide più del dovuto. A una velocità incontrollabile, nonostante la responsabilità e il sacrificio. Non si capisce il motivo.

Lo si cerca nel clima, nella temperatura, nell’umidità . Il motivo lo si cerca dal balcone, dalla tavola del cesso, dal divano. Il divano resta qui, sotto la mia apatia e il mio sedere. A farmi immaginare l’aria aperta, il camminare e il pensare in un altro modo. Un modo nuovo. Ora c’è spazio solo per le convinzioni vecchie e ammuffite, quelle che ti fanno dire che solo certi attori comici sanno emozionare, così come solo certi giornalisti sportivi saprebbero scrivere questo romanzo dal finale ancora incerto.

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