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“Hanno criminalizzato chi fa ricerca con l’uso di animali. Così sconteremo un ritardo scientifico”

intervista a Elena Cattaneo, docente alla Statale di Milano e senatrice a vita.
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L’emergenza sanitaria che stiamo affrontando a causa del covid- 19 sta riaprendo il dibattito sui rapporti tra scienza e politica, ma non solo. Ne parliamo con Elena Cattaneo, docente alla Statale di Milano e senatrice a vita.

Come giudica i provvedimenti del governo per fronteggiare l’emergenza? E la risposta degli italiani?

Siamo la prima democrazia ad essersi confrontata con l’emergenza, i primi ad aver adottato, in un contesto di forte regionalismo sanitario, una serie di stringenti misure di limitazione della libertà personale impensabili fino a pochi giorni prima. In una situazione, che non ha precedenti recenti, di stravolgimento totale ed epocale delle nostre vite e della società, alcuni tentennamenti ed errori da parte della politica potevano essere attesi così come potrebbe essere facile alimentare la critica del senno di poi. Le immediate dichiarazioni di apprezzamento per le azioni del Governo da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità e la successiva adozione di uguali provvedimenti da parte di altri Paesi, non appena è stata chiara anche lì la dimensione dell’emergenza, indicano che – nelle circostanze date – le misure prese erano socialmente necessarie, scientificamente opportune e medicalmente imprescindibili. Gli italiani, nel complesso, stanno dando una grande prova di responsabilità. La sfida oggi, oltre che nella tenuta dell’economia, è nella durata e nel mantenimento di comportamenti virtuosi, ma molto gravosi.

Il nostro Sistema Sanitario Nazionale sta reagendo bene a questa crisi?

Ogni misura adottata si prefigge di “appiattire la curva” dei contagi in modo da rendere sostenibile la gestione dei malati che hanno bisogno di essere assistiti in ospedale, a partire dai casi più gravi. Non esiste bacchetta magica, né soluzione alternativa al rigoroso rispetto del “distanziamento sociale”. In Italia esiste un Sistema Sanitario Nazionale di riferimento nel mondo; stiamo assistendo a un impegno enorme e solidale in termini di investimento e condivisione di ogni risorsa esistente. Ogni giorno c’è da profondere ogni sforzo – anche mettendo in rete ogni disponibilità sanitaria pubblica e privata a livello nazionale e internazionale – per evitare di arrivare alla saturazione del sistema.

Secondo lei, questa emergenza sta servendo per rinforzare la fiducia sia politica che civile nella scienza e nei suoi metodi?

Riscoprirsi all’improvviso fragili ed esposti all’incertezza di una malattia ( forse i possibili malati di domani), bloccati nelle proprie libertà dal rischio di contrarla e quindi di peggiorare lo stato di diffusione sociale del virus, cosa di cui molti di noi non hanno alcuna memoria, ha messo spalle al muro tutti quelli che in tempi ordinari hanno pontificato sulla cosiddetta medicina “alternativa” e contro la “medicina basata sull’evidenza” giudicata fredda e “dannosa”. Ora, pur con tutti i suoi limiti, questo paradigma di cura è quello su cui tutto il mondo fa affidamento e guarda con speranza, implorando e quasi pretendendo la cura o il vaccino prima possibile. I dibattiti in occasione della legge sull’obbligo vaccinale sono ormai archeologia. Il vissuto di queste settimane sta portando a una nuova consapevolezza sul ruolo e l’importanza per l’umanità – oltre che del nostro spazio sociale – della ricerca, della scienza e del suo metodo. Mi auguro lo faccia anche nella considerazione delle nostre istituzioni.

È tornata a ribadire l’importanza e la necessità della sperimentazione animale per trovare una cura contro il virus SARS- CoV- 2. C’è sempre bisogno di farlo?

È necessario farlo. Il benessere e la salute di cui tutti noi ( e anche gli animali) beneficiamo oggi dipende strettamente dalla ricerca di base e clinica che si realizza anche con l’uso di animali – non uno di più né uno di meno del necessario – secondo rigorose procedure di validazione etica e scientifica. Tanta parte della popolazione e soprattutto alcuni decisori pubblici faticano ad ammettere questa realtà, alimentando e sostenendo campagne di criminalizzazione contro i ricercatori che fanno ricerca con gli animali. Ma tutti, anche loro, abbiamo beneficiato nella vita di progressi ottenuti grazie alla sperimentazione animale. L’Italia è pressoché l’unico Paese in Europa in cui si sono introdotti, senza nessuna base scientifica, divieti particolarmente restrittivi alla ricerca in tema di xenotrapianti e sostanze di abuso che, una volta in vigore, non garantiranno maggiori tutele per gli animali, ma in compenso porranno i nostri ricercatori in uno stato di inferiorità scientifica rispetto ai colleghi europei e del mondo. Si versano lacrime per la “fuga dei cervelli” italiani all’estero, ma sono lacrime ipocrite, venendo da parte di un Paese che sceglie di non fare neanche riforme a costo zero per liberare la nostra ricerca da vincoli irrazionali: penso non solo ai divieti sulla sperimentazione animale, ma anche a quelli ( introdotti dalla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita) alla derivazione delle cellule staminali dagli embrioni, all’impossibilità per i ricercatori pubblici italiani di sperimentare in campo varietà vegetali geneticamente migliorate, anche quando progettate proprio a tutela delle specificità alimentari della nostra tradizione.

In questo momento nei nostri ospedali ci sono anche molte persone che non essendosi vaccinate contro l’influenza stagionale stanno occupando dei posti letto. Questa situazione cosa ci può insegnare? Nessun dubbio sull’importanza dei vaccini?

Questa emergenza, dovuta a un virus per cui ancora non esiste rimedio, insegna che prenderci cura della nostra salute e di quella dei nostri figli, proteggendola dalle malattie già note con gli strumenti che la scienza e la sanità hanno messo a disposizione, è importante non solo per noi come singoli e come genitori, ma anche per la nostra società.

In Europa ogni Paese ha adottato misure differenti. Non sarebbe stato meglio avere una prassi e un coordinamento comune?

Molti osservano che dopo questa pandemia “nulla sarà più come prima”. Certo, dopo questa esperienza sarebbe grave se le istituzioni europee non si dotassero di un coordinamento scientifico per questo tipo di scenari, in grado di interfacciarsi con l’Oms in tempo reale e, soprattutto, mettere a punto un set di misure progressive da prendere anche convogliando – in qualsiasi Stato membro si rilevino avvisaglie di emergenze sanitarie come quelle osservate – risorse, persone e mezzi per arrestare sul nascere e controllare un effetto domino che, come stiamo vedendo, si riverbera su tutti. L’Europa conta oltre mezzo miliardo di abitanti e una ricchezza pro capite che non ha pari al mondo. Se questa forza di fuoco – inconcepibile per un singolo Stato membro – potesse essere tempestivamente concentrata dove c’è più bisogno avremmo un beneficio generalizzato. Probabilmente, per il progetto europeo, la prova pandemica sarà quella decisiva verso un possibile rilancio federalista o il definitivo ripiegarsi nel facile – ma miope – nazionalismo di rigetto.

 

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