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Anche i migranti nei Cpr sono a rischio

Il blocco dei voli per il rimpatrio trattiene molti migranti nei centri di permanenza in situazioni sanitarie precarie
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La pandemia coronavirus, per quanto riguarda il divieto degli assemblamenti di persone per evitare il contagio, non è in agguato solamente nei penitenziari sovraffollati. Ci sono anche altri luoghi dove è privata la libertà e che devono essere monitorati il più possibile per salvaguardare le persone senza però ledere i diritti fondamentali.

È il caso dei centri di permanenza e rimpatrio per i migranti dove c’è un numero elevato di persone che vive in condizioni di promiscuità, spesso in condizioni sanitarie precarie ed in assenza di adeguati presidi sanitari interni ai centri. Per questo motivo il Garante nazionale delle persone private della libertà ha avviato una interlocuzione con il Ministero dell’interno sulle persone trattenute nei Cpr il cui termine di trattenimento sia prossimo alla scadenza. A seguito dell’emergenza Covid-19, infatti, diversi Paesi hanno disposto il blocco dei voli da e per l’Italia, interrompendo quindi anche quelli di rimpatrio forzato. Pertanto, il Garante nazionale ha chiesto di valutare la necessità di una cessazione anticipata del trattenimento di coloro che, essendo in una situazione di impossibile effettivo rimpatrio, vedono configurarsi la propria posizione come “illecito trattenimento” ai sensi della stessa Direttiva rimpatri del 2008.

Nel frattempo c’ è infatti un appello sottoscritto da La Campagna Lasciatecientrare, Asgi, Lunaria, Actionad Italia e altre associazioni con decine di avvocati e operatori sociali f per chiedere di fermare gli ingressi nei Centri per il rimpatrio. «In considerazione della diffusione del virus – c’è scritto nell’appello- nonché della circostanza che i Centri sono, necessariamente e quotidianamente, frequentati da persone che vivono all’esterno (dal personale di polizia e dell’esercito, al personale degli enti gestori, ai mediatori, agli operatori, ai giudici e avvocati), e che non può certo ridursi o evitarsi tale afflusso, nonché del fatto che per quanto a conoscenza degli scriventi (e sulla base delle informazioni diffuse) il pericolo di contagio proviene anche da soggetti asintomatici, anche le misure eventualmente adottabili (autocertificazioni, uso di mascherine, mantenimento della distanza di almeno un metro tra trattenuti e altre persone) non appaiono idonee a scongiurare il rischio che avvengano contagi all’interno. Peraltro, tra i trattenuti non sarebbe certo ipotizzabile, per i limiti strutturali propri dei Centri, ipotizzare l’applicazione delle misure (distanze, misure igieniche, uso di mascherine) previste dalle disposizioni e raccomandazioni nazionali di tutela sanitaria».

L’autorità del Garante nazionale vigila anche sulle residenze sanitarie per anziani. Viste le limitazioni previste alla lettera q) del Dpcm dell’8 marzo 2020, che prevede che «l’accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungo degenza, residenze sanitarie assistite (Rsa), hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani autosufficienti e non, è limitato ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura che è tenuta ad adottare le misure necessarie e prevenire le possibili trasmissioni di infezione», il Garante nazionale, pur ritenendo le restrizioni opportune al fine di prevenire la diffusione della pandemia, ha manifestato la propria preoccupazione in merito alle ripercussioni che tali limitazioni possono avere all’interno delle strutture per persone con disabilità e anziane, se non opportunamente monitorate e controllate. La situazione espone, sottolinea il Garante, a elevato stress sia gli ospiti che gli operatori. Questo comporta un incremento del rischio di comportamenti conflittuali, di maltrattamento o di abuso degli strumenti di contenzione. Il Garante nazionale sta studiando collaborazioni e modalità di vigilanza di comportamenti inaccettabili di questo tipo.

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