L’acqua allontana il virus, ma ai poveri è negata e addio diritto di tutti alla salute

Dovremmo soccorrere la parte della popolazione in difficoltà permanente e tirarla fuori dal degrado, invece la perseguitiamo e la discriminiamo

L’acqua al tempo del COVID- 19 ha un valore altissimo. La riflessione non è economica; la valutazione riguarda il ruolo che la preziosa risorsa ha nel combattere il contagio. “Lavare le mani frequentemente con acqua e sapone” dice il Ministero della sanità nelle proprie linee guida e precisa che “Il lavaggio e la disinfezione delle mani sono la chiave per prevenire l’infezione. Dovresti lavarti le mani spesso e accuratamente con acqua e sapone per almeno 60 secondi”.

In Italia siamo fortunati, poiché non v’è carenza idrica, cosicché disponiamo dello strumento più importante per combattere il virus. L’acqua giunge nelle abitazioni del belpaese sin dal dopoguerra, quando per garantire la disponibilità diffusa per l’uso alimentare e per l’igiene, sono stati realizzati grandi adduttori, giganteschi invasi e sistemi urbani reticolari, che possono arrivare ovunque vi sia la necessità di trasportare la preziosa risorsa. Una condizione dalla quale è però esclusa la parte più vulnerabile della popolazione.

La legislazione tiene fuori molti impoveriti, che per l’effetto oggi non sono in condizione di difendersi dalla malattia, che dilaga. Gli chiediamo di lavare le mani e gli neghiamo l’accesso all’acqua. Una chiara violazione dell’art. 32 della Costituzione e del diritto umano all’acqua, sancito nelle Risoluzioni delle Nazioni Unite, che vietano ogni discriminazione. Eppure l’articolo 5 del decreto- legge 28 marzo 2014, n. 47, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 maggio 2014, n. 80, esclude che coloro che in evidente condizione di povertà trovino riparo abitativo in volumi periferici e abbandonati possano chiedere l’allaccio alla rete idrica. Lo Stato, quindi, non solo non si adopera per affrontare e risolvere l’emergenza abitativa, ma intenzionalmente nega l’acqua e i servizi igienico sanitari a coloro, che versino in stato di bisogno.

Una forma di discriminazione indiretta, come la definiscono le Nazioni Unite nel Rapporto mondiale sulla gestione delle risorse idriche del 2019. “Nessuno sia lasciato indietro” è l’esortazione che rivolgono agli Stati, ma in Italia vi sono norme che al contrario spingono una parte della popolazione verso il degrado permanente pregiudicandone in diritto alla salute, ma anche a una vita dignitosa, alle relazioni e all’istruzione.

Il DPR 380 del 2001 all’art. 48 vieta l’allaccio all’utenza idrica delle costruzioni, che siano realizzate senza titolo abilitativo. E non fa alcuna distinzione tra gli immobili costruiti a fini speculativi e la baraccopoli di una comunità, realizzata come rifugio di fortuna. I campi allestiti dalle famiglie Rom in Italia hanno queste difficoltà.

Ma sul pianeta le baraccopoli, i cosiddetti slum, ospitano quasi un miliardo di individui.

Moltissimi sono bambini, donne, anziani, disabili o persone con gravissime patologie. In Italia, pure, il fenomeno è diffuso, ma certamente gestibile per uno Stato che in emergenza sa requisire interi fabbricati da destinare alle necessità. Dovremmo soccorrere la parte della popolazione in difficoltà permanente e tirarla fuori dal degrado, invece la perseguitiamo e la discriminiamo. Indichiamo l’acqua come presidio sanitario per affrontare le malattie e li torturiamo negandogliene la disponibilità.

È una chiara violazione dei diritti umani, che commettiamo anche quando vietiamo l’allaccio alla rete idrica ai fabbricati realizzati senza autorizzazione. Lo Stato deve imporsi con norme, che frenino il consumo di suolo indiscriminato, deve attivare le ruspe, per demolire gli abusi edilizi, ma non può assetare strumentalmente le persone, per contenere il fenomeno, per il sol fatto di non aver messo in campo forme di contrasto adeguate.

Ma vi è di più! In Italia la guerra ai poveri è combattuta su più fronti. L’ARERA, l’Autorità nazionale incaricata di regolare le tariffe idriche, con la delibera 311/ 2019/ R/ idr ha fissato le regole per tagliare l’acqua alle persone vulnerabili, al fine di garantire gli equilibri economici dei gestori, cioè dei ricchi, che sull’acqua vi fanno profitto. Anche in questo caso le Nazioni Unite non hanno dubbi: si stanno violando i diritti umani. In merito sono chiare anche le riflessioni della Banca Mondiale laddove rileva che i poveri pagano l’acqua più dei ricchi, ne ricevono in quantità inferiore e di scarsa qualità. E in epoca di Coronavirus dobbiamo decidere da che parte stare.

Portavoce nazionale della Rete a Difesa delle Fonti e del Diritto Umano all’Acqua

 

 

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