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La speranza arriva dalla Cina: solo 40 nuovi casi

Sono 36 a Wuhan, l’epicentro di tutto. Ma il Paese sta tornando piano piano alla normalità
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Il modello cinese funziona. E forse può apparire strano, se il tema è quello del Coronavirus e se è vero, come è vero, che l’epidemia è stata prima negata, poi censurata e infine ammessa, amaramente, quando i casi erano già a migliaia. Ma quando tutto è venuto, inesorabilmente, alla luce, l’efficienza tipica del popolo cinese ha avuto la meglio. Tutto chiuso, milioni di persone isolate, costrette dentro confini limitati, uffici, aeroporti, scuole, treni: tutto si è fermato. La quarantena ha preso piede senza il bisogno di sorvegliare nessuno, senza la necessità di imporre ragionevolezza o buon senso, perché così si fa.

Così l’allarme – che in Cina sembrava di proporzioni ingestibili, dati i numeri – si è giorno dopo giorno ridotto. Tanto che oggi, come riporta il South China Morning Post, si è arrivati a soli 40 nuovi casi di Coronavirus, dei quali 36 a Wuhan, l’epicentro di tutto. Altri quattro casi, invece, si sono verificati nella provincia di Gansu, nel nord-ovest del Paese, secondo quanto riferito dalla National Health Commission questa mattina. E non ci sono stati nuovi casi confermati nel resto delle 16 città e contee di Hubei per quattro giorni consecutivi. Tre contee hanno ricevuto, sabato scorso, una nuova valutazione, che ha portato il rischio di contagio a basso. E ciò ha spinto i governi locali a consentire il ritorno ad una semi-normalità, riabilitando alcune delle normali routine produttive e sociali. Hanno riaperto le farmacie, i mercati agricoli e ristoranti da asporto, limitando ancora, per precauzione, i contatti umani.

 

 

Ma la riduzione riguarda non solo i casi, bensì anche i decessi: sono 22 le nuove morti registrate, uno nella provincia meridionale del Guangdong e il resto nella provincia di Hubei ,di cui Wuhan è capitale. Con ciò il bilancio complessivo delle vittime è di 3.119 su 80.735 contagi confermati. Numeri altissimi, rispetto al resto del mondo, ma quel che fa impressione è vedere che l’Italia, così distante, in quella classifica occupa il secondo posto per decessi. Sono 366, stando all’ultimo bollettino, i morti per – o con – Coronavirus in Italia. Un Paese il cui sistema sanitario è sì efficiente, ma ormai ridotto ai minimi termini: le terapie intensive sono stracolme, i medici, a dir poco eroici, allo stremo delle forze, mentre la gente, presa dal panico anche a causa di una comunicazione istituzionale ai limiti del ridicolo, continua a dimostrarsi incapace di comprendere l’entità dell’allarme, ignorando, quotidianamente, le più banali istruzioni.

Così la chiusura dei luoghi in cui il rischio di assembramento è alto ha prodotto, come risposta, una sonora risata. La vita, anche nelle zone considerate rosse, è continuata normalmente, almeno in parte. Così il virus si è propagato, costringendo il governo a misure sempre più stringenti. Da lì la fuga verso casa, verso quel meridione, in molti casi, il cui sistema sanitario non aveva bisogno di un’epidemia per definirsi al collasso.

Per Zhong Nanshan, il più importante epidemiologo cinese, la diffusione a livello globale continuerà almeno fino a giugno. La strategia suggerita – appunto – è quella del contenimento della diffusione, ma anche bloccare l’importazione di nuovi casi da altre zone del Paese. Quello, insomma, che in Italia non è avvenuto.

Su questo la politica cinese è ferrea: controlli sanitari alle frontiere rafforzati, politiche di quarantena precise per i viaggiatori provenienti da regioni d’oltremare colpite dall’epidemia, incremento dei dispositivi di protezione, dei kit per i test e delle tecnologie di trattamento. Niente viaggi inutili, niente spostamenti. E paradossalmente, ora il pericolo, per la Cina, viene proprio da fuori.

La vita, dall’altra parte del mondo, dopo la chiusura totale che tanto aveva spaventato chi stava in Europa – senza insegnare nulla all’Italia – è ripresa, piano piano. La provincia del Qinghai, dove non si sono registrati casi sospetti per 32 giorni di fila, è stata la prima a riprendere le scuole superiori e professionali secondarie, mentre le scuole medie riprenderanno gradualmente le loro attività la prossima settimana. Per l’apertura dell’aeroporto di Wuhan ci vorrà, invece, ancora del tempo, ma stando alla nota diffusa dall’autorità portuale sabato sera, si sta lavorando alacremente per raggiungere tale obiettivo il prima possibile. «In vista della riapertura – si legge nella nota -, abbiamo preparato corsi di formazione per il personale, condotto controlli di sicurezza e lavori di manutenzione delle attrezzature». Ma intanto tutti gli aeroporti secondari sono stati invitati a terminare i lavori di preparazione entro il 12 marzo. La vita, in Cina, riparte davvero. Ed è per questo che l’Italia dovrebbe imparare la lezione cinese.

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