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Non ci rimane che la tv. Ma che tristezza il calcio virtuale

Sarà un’Italia triste, rinchiusa in se stessa, pantofolaia che nulla ha a che vedere con il Paese dinamico di santi e navigatori, maratoneti e pallonari
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Assodato che le partite a porte chiuse non avvantaggiano i portieri ma solo gli spettatori sbracati davanti alla tv, c’è tutto un mondo che sta cambiando.

Pensavamo sì che il tifo fosse una malattia, per alcuni esagitati peggio di un virus, ma ormai tutto è preda di un colossale ridimensionamento. Il passaggio dalle scurrilità urlate a pieni polmoni alle polmoniti non era stato mai preso in considerazione, ma è questo che ci troviamo di fronte. Storditi, increduli e anche un po’ incazzati. Certo, tanto per essere ottimisti, qualche buona notizia emerge. Per esempio, non vedere più i nostri eroi ridotti ridicolamente in mutande nella diretta dagli spogliatoi, dove fanno finta di essere disinvolti mentre s’aggiustano il pacco e i calzettoni davanti al Grande Fratello che nell’intimissimo li priva dell’unica privacy che credevamo possibile: spogliatoio e gabinetto.

Un tabù è caduto, per l’altro speriamo di resistere. Gli spalti vuoti, come il cratere lunare raccontato da Gianni Brera, significa lasciare a casa gli ultras, le loro violenze, i cori razzisti, le botte dentro e fuori, le cariche della polizia, i ricatti per i biglietti omaggio e tutto quell’armamentario criminale che impedisce alle famiglie di godersi in santa pace la partita senza elmetto. E dunque Balotelli torna ad essere solo italiano naturale, col suo bagaglio di lunatico geniale ma svogliato, che soffre le regole e la disciplina, femminaro e megalomane, esattamente come tanti compaesani nostri.

Gli arbitri non più cornuti saranno certo più sereni e potranno decidere di controllare il Var spinti dal dubbio e non dalle pernacchie dei tifosi, e magari l’azzeccheranno pure.

Di vantaggi non sembrano essercene altri, i giocatori continueranno a morire tarantolati per una spintarella, a sputare in terra dopo ogni scatto, a simulare lo sgambetto da rigore. Senza capire che il rigore è stato già fischiato dalla politica che ha chiuso ogni manifestazione più o meno ludica per accerchiare il virus, ma anche per tacitare la coscienza di chi pensa più all’elettore e meno a seguire i consigli degli scienziati.

Restano i consigli da spogliatoio, non bere dalla stessa borraccia, non seppellire l’autore del gol e non baciarlo, non usare gli stessi asciugamani, dare poche interviste, non desiderare la donna d’altri e tantomeno il microfono, tenere i tifosi e il loro affetto a nove metri, come nei calci di punizione. Si sono dimenticati il “non sfanculate l’arbitro” che senza pubblico si sente tutto e i cartellini rossi piovono come mosche. A meno che non si copino i cinesi ( sempre loro) che assordano gli stadi con quel rumore di fondo, tipo vuvuzela, sparato dagli altoparlanti: un’idea per evitare la depressione e il silenzio mortifero degli spalti vuoti. In questo mondo di fake, tanti applausi e tanti oooh registrati allieterebbero la solitudine.

Un capitolo a parte va dedicato a presidenti e dirigenti del calcio.

Sconvolti, certo, dal danno economico dei biglietti, ma preoccupati dalla lotteria scudetto e salvezza: conviene ritardare il più possibile la partita contro la Lazio, che è così in forma? O, da laziali, conviene giocare solo a spalti pieni per godere del fattore campo? Oppure meglio far saltare il campionato per restare comodamente in A un altro anno? Tesi assai convincente per i romanisti impegnati a gufare lo scudetto della Lazio. Queste posizioni tipicamente sportive hanno occupato la riunione con la Federazione gioco calcio che terrà gli stadi vuoti fino al 3 aprile.

Cosa succederà nelle case è facile prevedere. La partita davanti alla tv, orfani delle gradinate, si annuncia affollatissima, rumorosa, appassionata e virologica come non mai. A tre centimetri di distanza, tra urla, spruzzi, mani e gole, il trionfo del coronavirus si annuncia completo, senza bisogno dei supplementari. Ai più pignoli, tipo il Furio e Magda di Verdone, toccherà provare a chiedere il tampone, prima di far entrare sciarpe e trombette, e forse anche il vaccino antinfluenzale.

Decisivo, per i solisti, sarà l’aiuto del web e di whatsapp a garantire un sano scambio d’opinioni, insulti e commenti sulla formazione. Ma sarà un’Italia triste, rinchiusa in se stessa, pantofolaia che nulla ha a che vedere con il Paese dinamico di santi e navigatori, maratoneti e pallonari che tutti ammirano. Gente che rifiuta il virus di cittadinanza, e sa come sconfiggerlo.

 

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