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Quei due ragazzini “morti” a Napoli…

Nel dramma di Napoli non esiste una verità assolute, se non una soltanto: che due vite di 15 e 23 anni sono state entrambe spezzate.
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di Guglielmo Mastroianni

Dunque, succede che durante una rapina, perché tale è, limitativo parlare di tentativo, un ragazzo di 15 anni rimanga ucciso dalla reazione del rapinato, un carabiniere di 23 anni fuori servizio, che stava parcheggiando in una via del centro di Napoli, alle due di notte, assieme alla propria fidanzata. Ora, questo è quello che più o meno hanno capito tutti. Solo che si tratta della superficie, del fatto in sé. E alla luce del fatto in sé, è corretto fare analisi socioantropologiche, all’insegna del “se non avesse scelto di fare rapine, non gli sarebbe successo nulla.” Oppure dire, al contrario, che è una sconfitta della società se un quindicenne compie rapine, nel cuore della notte. Nulla da dire. Se scelgo coscientemente di lanciarmi a fari spenti nella notte contromano in autostrada, aumento esponenzialmente le possibilità di schiantarmi contro un Tir. Tuttavia metterei in dubbio l’avverbio “coscientemente”.

Non so voi, ma io a 15 anni avevo a malapena una vaghissima coscienza di essere al mondo. Ed erano pure altri tempi. Che a quell’età si abbia, oggi, una piena coscienza di ciò che significhi rapinare la gente per strada, mi lascia dubbioso. Semmai va analizzato il contesto familiare, ma sarebbe un esercizio di stile. Una famiglia disagiata o persino criminale, non giustifica le derive dei figli. Al massimo le spiega. Andiamo oltre, però, attraversando la superficie del fatto. Com’è morto, quel ragazzo? Sappiamo che ha puntato una pistola, vera o finta non importa, alla tempia del carabiniere, che era ancora seduto in macchina, attraverso il finestrino aperto. Il carabiniere finge di togliersi l’orologio, ma in realtà impugna la propria pistola e spara, dall’interno dell’abitacolo. La dinamica parla di un primo colpo al petto sparato a bruciapelo, da distanza ravvicinata.

Per effetto di questo primo colpo, il quindicenne fa un balzo all’indietro di almeno due o tre metri, dopodiché istintivamente prova a voltarsi e a scappare: non fa in tempo a fare un passo, che un secondo colpo lo raggiunge alla testa, da dietro. Stramazza a terra. Un terzo colpo lo manca e finisce contro l’infisso di una vetrina, alla sua destra. Perché, dopo aver avuto chiaro che un primo colpo avesse raggiunto il ragazzo al petto, al punto di sbalzarlo all’indietro, il carabiniere, presumibilmente anche scendendo dall’auto, spara almeno altri due colpi, tutti e due ad altezza uomo? Che bisogno c’era? Perché non sparare in aria? Un carabiniere, per effetto del suo addestramento, è perfettamente a conoscenza del fatto che un colpo al petto e altri due ad altezza uomo, possono uccidere. Ecco perché il fascicolo per cui è indagato diventa da eccesso di legittima difesa, direttamente omicidio volontario. Quando diciamo “se non avesse scelto di fare rapine, non gli sarebbe successo nulla”, ricordiamoci sempre che l’Italia non è ancora il Far West, dove la giustizia diventa sommaria e ciascuno fa da sé, per strada. Un ragazzo che compie rapine a 15 anni, deve finire in un istituto di recupero dalla devianza minorile, non sul marmo di un obitorio.

E un carabiniere che a 23 anni ha un’arma in dotazione e che deve sempre portare con sé, deve sapere cosa può fare quell’arma, averne sempre coscienza. Perché quell’arma gli serve a garantire la sicurezza delle persone. In questa storia, non esistono verità assolute, se non una soltanto: che due vite di 15 e 23 anni sono state entrambe spezzate.

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