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Il sogno europeo è nato a Ventotene ed è morto a Lesbo. Nell’indifferenza

Le immagini che arrivano dall'isola greca sono una ferita alla storia d'Europa. Ai nostri valori, ai nostri diritti
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È in un’isola del Tirreno che il sogno europeo è nato. E in un’isola dell’Egeo rischia di tramontare. Nel viaggio da Ventotene a Lesbo – passando, ovviamente, per Lampedusa – vediamo il drammatico avvitarsi del progetto dell’Unione tra egoismi nazionali, paura, assenza di coraggio e di visione politica.

L’Europa, i suoi valori e i suoi ideali si spengono nella linea dura della guardia costiera greca, negli occhi delle migliaia di disperati usati da Erdogan come arma di ricatto nei confronti dell’Unione. Possiamo – e dobbiamo – stigmatizzare l’operato del leader turco, ma, prima di questo, dovremmo come europei guardarci allo specchio per scoprire chi ha dato ad Ankara la possibilità di agire con tanto cinismo. Basta tornare al marzo di 4 anni fa e all’accordo che la Commissione Juncker, con la spinta decisiva della Germania della Merkel, sottoscrisse con la Turchia e che consegnò a Erdogan il ruolo di gendarme della nostra frontiera sud orientale. Un lavoro pagato sei miliardi dell’Unione e senza alcun caveat che prevedesse la tutela dei diritti dei migranti e un controllo internazionale sulle condizioni e sul trattamento ricevuto da quell’umanità in fuga dalla guerra siriana. Tutto per chiudere la cosiddetta rotta balcanica, tutto per tranquillizzare l’opinione pubblica tedesca che contestava la politica d’apertura della Cancelliera.

L’Europa si arrese e sacrificò il suo sistema di valori a un realismo ottuso e, per giunta, miope, visto che quattro anni dopo siamo in balia degli umori e delle esigenze del sultano di Ankara.

Cosa vuole Erdogan dalla vecchia Europa? Milardi, ancora miliardi. Ma anche la copertura diplomatica – o il silenzio delle cancellerie europee – per la guerra che sta conducendo in Siria al fianco delle milizie islamiste e contro Assad e per il trattamento che continua a riservare ai curdi, nostri dimenticati alleati nel conflitto contro Isis. Ci siamo consegnati a Erdogan e il leader turco ora ci presenta il conto.

All’Unione il compito di non cedere ancora una volta alle intemperanze dell’uomo forte di Ankara, ammettendo l’errore fatto quattro anni e sfidarlo forte dei valori democratici e liberali.

Ma il tramonto europeo di Lesbo non è solo in questo. Le immagini che dall’isola dell’Egeo arrivano nelle nostre case sono una ferita alla storia d’Europa, a quel sistema di valori e di diritti che nel viaggio verso la contemporaneità i popoli del vecchio continente hanno saputo costruire. I proiettili di gomma, le spericolate manovre in mare di una guardia costiera sempre più aggressiva, i fumogeni lanciati lungo il confine dove i profughi sono ammassati, i colpi inferti ai migranti sono macchie indelebili. Come può l’Europa presentarsi alternativa al nuovo sovranismo, all’affermarsi di concetti nuovi come democratura o democrazia illiberale se i diritti dei più deboli e fragili vengono così clamorosamente calpestati? Possono l’Unione, il Parlamento di Strasburgo, la Commissione accettare che nel cuore d’Europa accadano cose simili?

Non si può fare da argine alla nuova destra a livello politico e culturale solo con la retorica. Serve coraggio, occorre mettere da parte la paura e svincolarsi dall’egemonia che il sovranismo ha imposto al vecchio continente. L’accordo con la Turchia di quattro anni fa è proprio lo specchio di questo cedimento politico e culturale: si è accolta la narrazione dell’invasione, si è risposto sigillando – anzi, facendo sigillare – la frontiera.

Va ribaltata la prospettiva, va riscoperta la forza di valori come accoglienza, solidarietà e integrazione. Sarà difficile? Sì. Sarà complicato da spiegare ai cittadini europei? Assolutamente sì. C’è alternativa? No. Presentarsi davanti agli elettori e alla società civile con una versione educata e meno radicale delle politiche dalla destra sovranista non salverà il progetto europeo. Al contrario, spingerà gli elettori del vecchio continente verso quel campo, che potrà mostrarsi come il portatore autentico di quelle politiche e di quelle risposte. Lo abbiamo visto in Italia quando un ministro d’estrazione post- comunista si spinse a parlare di “rischio per la tenuta democratica del Paese” davanti agli sbarchi di Lampedusa. Si immaginava di assecondare gli umori dell’opinione pubblica e togliere argomenti alla destra. Andò, come noto, diversamente. Può essere una lezione per l’Europa, da apprendere rapidamente, così da scegliere un’altra strada. Da iniziare a percorrere subito.

 

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