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Miliardi di cavallette nel Corno d’Africa senza cibo in 20 milioni: lo ignoriamo?

Avrà la politica italiana ed europea la voglia, la capacità e la forza di accettare la sfida? Saprà alzare lo sguardo dal contingente, dai problemi di oggi e di andare oltre la logica emergenziale che accompagna da anni la gestione dei flussi migratori
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C’è una nuova catastrofe umanitaria pronta ad esplodere in Africa. Un disastro che potrebbe lasciare decine di milioni di uomini, donne e bambini senza cibo in un’area del mondo, il Corno d’Africa, dove già vivono circa 20milioni di persone in condizione di insicurezza alimentare. Somalia, Gibuti, Etiopia e Kenya e, a breve, anche Tanzania e Uganda sono devastati da un’invasione di locuste con pochi precedenti nell’epoca recente. A lanciare l’allarme è stata la Fao davanti al passaggio di una miriade – le stime oscillano tra 100 e 200 milardi – esemplari di locuste in zone dell’Africa dove l’agricoltura e la pastorizia devono già fronteggiare siccità e fenomeni alluvionali.

Ne parliamo poco. Troppo poco. Eppure ci riguarda direttamente. Non solo per una solidarietà umana nei confronti di popolazioni così in sofferenza, ma – per smarcarsi subito dalla facile, banale e stupida accusa di buonismo terzomondista – per un interesse diretto. Avete presente il tornado in Texas provocato dal battito d’ali di una farfalla in Brasile immaginato da Edward Lorenz per dare una fotografia alla teoria del caos e diventato negli anni la metafora perfetta per il mondo globalizzato? Ecco il battito d’ali delle locuste nel Corno d’Africa è l’avvio di un processo che presto riguarderà anche il Mediterraneo, l’Italia e l’Europa. Cosa possono fare quelle persone ridotte alla fame, senza campi da coltivare, senza terreni per il loro bestiame se non cercare una speranza di vita in un altro luogo della Terra? Tantissimi troveranno rifugio in qualche nazione africana vicina, spesso appena meno povera del loro Paese d’origine. E qui si innescheranno fenomeni sociali che abbiamo già visto all’opera in passato con regimi politici già fragili che rischiano di essere destabilizzati e un rapporto tra migranti e popolazione autoctona non sempre facile. Molti altri, tuttavia, proveranno a raggiungere l’Europa iniziando quel viaggio drammatico e doloroso che li porterà fino alla sponda sud del Mediterraneo. In quel momento, forse, l’Europa e l’Italia inizieranno ad accorgersi di loro, ma non ancora a occuparsi di loro. Delle loro storie, dei motivi che li hanno spinti a lasciare la propria casa e la propria famiglia non ci interesseremo. Saremo capaci – come è già accaduto e, purtroppo, continua ad accadere – di occuparci e di preoccuparci solo dell’ultimo tratto del loro viaggio. E ad agire in una logica di emergenza continua davanti a un fenomeno che di improvviso ed emergenziale non ha nulla. E in Italia ci toccherà, ancora una volta, raccontare dello stantio dibattito fra chi propaganda l’idea di chiudere i porti e chi, per reazione, si dice pronto ad accogliere tutti. A livello Ue, invece, assisteremo al solito iato tra gli annunci di modifica del Regolamento di Dublino e una realtà di scarsa o nulla solidarietà. Sarebbe invece il momento e l’occasione giusta per invertire i tempi di reazione, le priorità e le azioni da sviluppare. Sarebbe bene che Italia ed Europa abbiano la forza e la capacità di guardare subito a quanto accade in Africa e, in particolare, nei Paesi del Corno. Immaginare, progettare e discutere ( ancora) di futuri Piani Marshall è sicuramente importante, ma occorre agire. Subito. Occorre nell’immediato quei Paesi che sono chiamati ad affrontare l’invasione delle locuste, mettendo in campo rapidamente interventi – economici e non solo – per dare sollievo alla popolazione, per provare ad attenuare gli effetti della distruzione di intere colture. Per farlo bisogna ascoltare chi lavora da anni in quelle realtà, ne conosce i problemi e le potenzialità, evitando di percorrere la strada dei finanziamenti a pioggia che a quelle latitudini rischiano di arricchire governanti e burocrati, alimentare la corruzione e il traffico di armi senza alcun sollievo per la popolazione.

Avrà la politica italiana ed europea la voglia, la capacità e la forza di accettare la sfida? Saprà alzare lo sguardo dal contingente, dai problemi di oggi e di andare oltre la logica emergenziale che accompagna da anni la gestione dei flussi migratori e che ha prodotto più problemi che soluzioni? Perché è dentro questa lettura sempre e comunque emergenziale delle migrazioni che il sovranismo è cresciuto fino a diventare dominante nel discorso pubblico. L’Italia, paese in prima linea nel Mediterraneo e dove le forze d’ispirazione sovranista continuano a essere decisamente forti, dovrebbe pretendere che l’intervento a sostegno del Corno d’Africa sia inserito nell’agenda europea. Alla lunga anche l’opinione pubblica apprezzerebbe una decisione di questo tipo. Sicuramente più di quanto stia apprezzando la corsa all’ultimo responsabile disponibile in Parlamento.

 

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