Commenti 18 Feb 2020 18:00 CET

Se la Casta a 5 stelle va in piazza

Non si era mai dato il caso di un partito di maggioranza relativa pieno zeppo di ministri scendere in piazza per protestare. E contro chi, poi? Contro chi deve decidere sui ricorsi

Il ridicolo uccide. E loro, Luigi Di Maio e i suoi cari ( si fa per dire), vi si espongono. Di continuo. Sarà per questo che, di elezione in elezione, subiscono una decrescita infelice. Di questo passo può darsi che una risata omerica li seppellirà. Di Casta e di Governo. Piazza e vitalitizi: l’M5S della decrescita infelice ( di consensi)

Il ridicolo uccide. E loro, Luigi Di Maio e i suoi cari ( si fa per dire), vi si espongono. Di continuo. Sarà per questo che, di elezione in elezione, subiscono una decrescita infelice. Di questo passo può darsi che una risata omerica li seppellirà. Credono sul serio di aver abolito la povertà grazie al reddito di cittadinanza. E sabato si sono ritrovati a Roma in piazza Santi Apostoli dopo aver lasciato le auto blu nei paraggi, per non dare troppo nell’occhio. Non si era mai dato il caso di un partito di maggioranza relativa pieno zeppo di ministri, che più Casta non si può, scendere in piazza per protestare. E contro chi, poi? Non tanto contro i vitalizi, ma in definitiva contro l’innominato organo giurisdizionale del Senato chiamato a decidere sui ricorsi degli ex parlamentari. Hanno scagliato il sasso e nascosto la mano. Il grido di battaglia è sempre lo stesso: “Onestà, onestà”. E sorvolano sul fatto che, parola di Benedetto Croce, anche un chirurgo è onesto se grazie alla sua competenza salva il paziente e non lo manda all’altro mondo. La competenza, la grande latitante dei nostri giorni. Per di più, una manifestazione dal sapore vagamente inquietante. Perché tanto fanno e tanto dicono con tanti saluti al giusto processo sancito dalla Costituzione. La verità è che per Di Maio lo Stato di diritto è una vuota espressione. Nella trasmissione televisiva “In Onda” del 26 luglio 2018, in contraddittorio con il presidente dell’associazione degli ex parlamentari Antonello Falomi, aveva dichiarato – in chiusura e senza possibilità di replica – che l’organo di autodichia di fronte al quale si fanno i ricorsi «è lo stesso organo che ha le stesse sensibilità politiche di chi ha tagliato i vitalizi». Voce dal sen fuggita. In altre parole si tratterebbe, a suo insindacabile giudizio, di un organo partitocratico e non giurisdizionale. Per timore di non essere stato chiaro a sufficienza, di lì a poco a Tgcom24 rileva che «i ricorsi contro i tagli dei vitalizi non faranno una bella fine». E, per non farci stare in ansia, subito aggiunge: «Quei signori della Prima repubblica sono giudicati da un organo che loro hanno voluto fosse politico con cui si sono sempre blindati in questi anni. Adesso questo organo non è più in mano a loro». Un lessico claudicante degno dei bravi di manzoniana memoria.

Ma facciamo un passo indietro. Di Maio e compagnia cantante non vollero che il taglio dei vitalizi in questa legislatura fosse fatto per legge, come si era tentato nella passata legislatura. Per due motivi. Primo, perché una delibera degli uffici di presidenza delle Camere si può fare in quattro e quattr’otto. Secondo, perché così i ricorsi non sarebbero giudicati da magistrati ordinari ed eventualmente dalla Corte costituzionale. Ma, in omaggio al principio di autodichia, da organi giurisdizionali di primo e di secondo grado interni ai due rami del Parlamento. Peccato che le singolari tesi di Di Maio siano state sonoramente smentite dall’ordinanza della Corte di cassazione del 7 maggio dell’anno scorso. Che ha messo, nero su bianco, i puntini sulle i. Una lezione dalla quale, a quanto pare, Di Maio non ha tratto alcun profitto.

La Corte ha detto infatti che i collegi dell’autodichia «sono tenuti al rispetto della grande regola del diritto al giudice e alla tutela giurisdizionale effettiva dei propri diritti». È garantita la loro indipendenza e imparzialità. Perciò sono «chiamati a svolgere funzioni obiettivamente giurisdizionali». E sono legittimati a «sollevare questioni di legittimità costituzionale delle norme di legge cui le fonti di autonomia effettuino rinvio».

Ma è la ciliegina sulla torta che deve essere andata di traverso all’ex capo politico pentastellato. Che ama talmente l’Italia, come ha affermato in piazza Santi Apostoli, da essersi comportato giorni fa in Spagna come l’Alberto Sordi di “Un americano a Roma”. Pensate, ha americanizzato il latino. Ed ecco il patatrac di un vairus anziché di un virus. E dire che ha fatto il liceo classico…

Queste le precise parole della Cassazione. Dal «collegamento tra indennità parlamentare e assegno vitalizio si desume che così come l’assenza di emolumento disincentiverebbe l’accesso al mandato parlamentare o il suo pieno e libero svolgimento, rispetto all’esercizio di altra attività lavorativa remunerativa; allo stesso modo l’assenza di un riconoscimento economico per il periodo successivo alla cessazione del mandato parlamentare varrebbe quale disincentivo, rispetto al trattamento previdenziale ottenibile per un’attività lavorativa che fosse stata intrapresa per il medesimo lasso temporale». E ancora: «Se il c. d. vitalizio rappresenta la proiezione economica dell’indennità parlamentare… può dirsi che la sua corresponsione sia sorretta dalla medesima ratio». E si dà per scontata la consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale. Che, com’è arcinoto, contraddice platealmente le disinvolte delibere camerali sul taglio dei vitalizi. Si dà il caso che la commissione contenziosa del Senato è entrata nel mirino dei Cinquestelle non appena si è sparsa la voce, non si sa quanto fondata, che i ricorsi sarebbero in procinto di essere accolti. Non sia mai detto! Così per protesta prima si è dimessa dal collegio la pentastellata Evangelista e adesso la collega Riccardi potrebbe imitarla. Alla scuola di Gino Bartali, c’è chi ha interesse a dire che tutto è sbagliato, tutto da rifare. Il forzista Caliendo, un magistrato eletto alla presidenza senza problemi, non va più bene perché oberato da un inesistente conflitto di interesse. E, colpa da ergastolo, alcuni componenti del collegio giudicante hanno dimestichezza tra loro. E allora, si conclude, meglio sarebbe azzerare tutto e ricominciare da capo. Finché la pallina della roulette non si fermerà sul numero giusto: quello del no ai ricorsi. Si pretende in malo modo che il giudizio si protragga all’infinito. Non è forse questa denegata giustizia? Vallo a spiegare a chi alla forza del diritto antepone il diritto della forza. Ma una forza, con ogni evidenza, ormai ridotta ai minimi termini. Chissà perché.

 

 

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