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Chi ha paura di Sergio Ramelli?

Era un militante del Fronte della gioventù, fu ucciso a soli 18 anni a colpi di chiave inglese perché "fascista". Ricordare e denunciare quell'orrore dovrebbe essere un fatto normale, ma a molti quella memoria dà fastido
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C’è molto di preoccupante nelle polemiche che hanno accompagnato il ricordo di Sergio Ramelli, militante del Msi ucciso nel 1975 a colpi di chiave inglese a Milano.

Almeno su alcuni episodi particolarmente atroci degli anni ’70 dovrebbe essere ormai possibile condividere, al di là delle posizioni, politiche una condanna unanime e ferma.

Ramelli aveva 18 anni. Era il fiduciario del fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Msi al “Molinari” di Milano e per questo, pur non essendo un picchiatore, era stato aggredito già due volte, sino a spingere la famiglia a fargli cambiare scuola.

Un suo tema, in cui sosteneva che non ci fosse stata una risposta della società alla prima “azione omicidiaria” delle Br, nella quale erano stati uccisi a Padova due militanti missini, era stato rubato e affisso nella bacheca della scuola.

Nel clima dell’epoca, gli studenti della sinistra extraparlamentare, per lo più aderenti ad Avanguardia operaia, decisero di “dargli una lezione”. Ma per evitare di essere direttamente coinvolti, chiesero a una squadra di studenti di Medicina di Avanguardia operaia di occuparsi del pestaggio, in modo da poter avere un alibi di ferro.

La squadra entrò in azione in 13 marzo 1975, sotto casa di Ramelli via Paladini. Nessuno del gruppo conosceva Ramelli: lo riconobbero solo tramite la foto segnaletica consegnatagli dai militanti del “Molinari” era composta da 8 persone: una staffetta che avvertì dell’arrivo di Ramelli, sei persone di guardia e due incaricate del pestaggio a colpi di Hazel 36, le pesantissime chiavi inglesi adoperate dal servizio d’ordine di Ao.

Al processo, nel 1987, uno dei componenti del commando spiegò, rispondendo alla domanda sul perché avessero aggredito Ramelli: “Una risposta esatta non ce l’ho. Non lo avevo mai visto. Era un avversario politico. Rappresentava una realtà che noi combattevamo”.

L’intenzione degli aggressori non era quella di uccidere, ma i colpi furono lo stesso letali. Ramelli restò in agonia sino al 29 aprile, quando spirò. Qualcuno, nel consiglio comunale di Milano, applaudì alla notizia dell’aggressione.

Qualcuno anche a quella della morte.I responsabili furono individuati solo molti anni più tardi, grazie alle rivelazioni dei pentiti di Prima linea. A istruire il processo fu il giudice Guido Salvini, un giudice “di sinistra” che avrebbe poi istruito gli ultimi processi su piazza Fontana.

Il processo vide alla sbarra dieci imputati, quasi tutti ormai medici professionisti. Due furono assolti, tutti gli altri condannati per omicidio preterintenzionale.Ignorare il clima dell’epoca, la quotidianeità delle violenze reciproche, sarebbe sbagliato.

Non aiuterebbe a capire né a superare quel passato: ma impugnare lo stesso clima per accusare chi denuncia l’atrocità dell’omicidio Ramelli di “dare una mano alla propaganda fascista”, perché tra le righe di questo si tratta, non è accettabile.

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