Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Graviano imita Riina e “rivela” i fatti già usciti sui media

Il boss mafioso al processo di Reggio Calabria sulla ‘ndrangheta stragista, sottolinea che sarebbe stato arrestato appositamente per poi addossargli le colpe
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

È il 10 marzo del 2009 quando, davanti alla Corte d’assise di Firenze, che lo stava processando per la fallita strage del novembre 1993 allo stadio Olimpico di Roma, l’ex capo dei capi Totò Riina rende una deposizione per discolparsi di nuovo dalle accuse di aver ordinato le stragi mafiose. Si è sempre dichiarato innocente, fin dal primo giorno del suo arresto. Ma questa volta, a Firenze, la strategia personale difensiva di Totò Riina fa un salto di qualità. Siamo nell’anno in cui i mass media parlavano molto del processo che vedeva imputati (poi definitivamente assolti) il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu di favoreggiamento aggravato nei confronti di Bernardo Provenzano. Parliamo del processo clone sulla trattativa.

Non mancavano gli elementi dei soliti servizi deviati, entità e poteri occulti nelle stragi. L’ex capo di Cosa nostra non poteva non approfittare del momento. «Signor presidente – disse Riina – , la verità è che io forse allo Stato servo per parafulmine, perché tutto quello che succede in Italia… si imputa a Riina… Riina sta bene per tutte le pietanze, per tutti i processi che vengono fatti a Riina o ai compagni di Riina. Quindi che cosa succede? Parlo di questa situazione qua di Firenze, ma se io sono lì (isolato in carcere ndr) che non ho contatti con nessuno, a chi lo mandai a dire, come lo mandai a dire, come sono ideatore, come lo ideai?». Riina parlò anche della strage di Capaci e fa riferimento a un misterioso aereo nel cielo mentre scoppiava la bomba. «Questo aereo non si può trovare di chi è, allora quindi si condanna Riina».

Poi parla anche della strage di via D’Amelio che costò la vita a Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta: «Lì sul monte Pellegrino c’è l’hotel, e nell’hotel ci sono i servizi segreti e quando succede che scoppia la bomba i servizi segreti scompaiono, però non vengono mai citati perché si condanna Riina, perché l’Italia così è combinata…». Si riferisce al castello Utveggio, sul monte Pellegrino, che all’epoca della strage ospitava una sede del Cerisde, una filiale coperta del Sisde, che però ha sempre negato che vi lavorassero uomini dei servizi sotto copertura. «Cioè quando Scalfaro dice “io non ci sto”, io devo dire, Signor Presidente, “io non ci sto!” a queste condanne così. Queste sono condanne di Stato, fatte a tavolino. Non sono condanne perché si cerca la verità, perché io ho commesso questo delitto o ho fatto commettere questo delitto», si lamentò Totò Riina. Nella sua deposizione l’ex capo dei capi parla anche di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, notando che «non è stato mai citato, mai sentito», eppure spiegò Riina «era in contatto con il colonnello dei carabinieri e l’allievo di quelli che mi hanno arrestato… Perché questo Ciancimino che collaborava con ‘sto colonnello non ci viene a dire il perché cinque, sei giorni prima l’onorevole Mancino (allora ministro dell’Interno, ndr) ci dice “Riina in questi giorni viene arrestato”: ma a Mancino chi ce lo disse, cinque giorni prima che io venissi arrestato? E allora ci sono dei signori che mi hanno venduto? Allora cercare la verità non è che significa commettere delitti, la verità sta bene a tutti, Signor Presidente, può stare pure bene a me, ma perché mi si deve condannare per le cose che io non so, che io non ho commesso e che io non ho fatto? Io, Signor Presidente, ringrazio a lei e alla Corte per avermi sentito, però mi sento la persona additata per dire: “tu sei il parafulmine dell’Italia! Tu devi pagare il conto di tutti!”». Totò Riina, in sostanza, riprende tutti gli elementi – compresa la vicenda di Massimo Ciancimino – narrati in quei giorni nei programmi tv e nei telegiornali. Li riprende per poterli usare a suo piacimento e dichiarare la sua estraneità ai fatti. Stessa strategia, in forma decisamente minore, che ora Giuseppe Graviano pare stia adottando in questi giorni deponendo in videoconferenza al processo di Reggio Calabria sulla ‘ndrangheta stragista. Si professa innocente e attraverso una narrazione, forse appositamente confusa, dice che lui non c’entra nulla con le stragi e che furono altri a volerle. Anzi sottolinea che sarebbe stato arrestato appositamente per poi addossargli le colpe. «Io sono stato arrestato per un progetto che è stato voluto da più persone.

È dimostrato dal fatto che ogni giorno ricevevo visite, e non so se venivo registrato. C’erano carabinieri, poliziotti. E alla fine mi hanno detto: “Ora la accuseranno per tutte le stragi d’Italia, da qui non uscirà più. E poi ho ricevuto l’ordinanza di custodia cautelare di Roma», ha raccontato ieri Graviano. Poi, come a suo tempo fece Totò Riina, tira fuori argomenti che in tv e nei giornali vengono ampiamente trattati. Graviano dice di sapere delle circostanze della sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino e dell’omicidio del poliziotto Antonino Agostino che indagava sul fallito attentato dell’Addaura nei confronti di Falcone. Dice di sapere e di bessere pronto a portare altra documentazione. In realtà finora, di documentazione sua non ce n’è traccia, ma solo racconti ambigui e poco chiari, ma attrattivi per alcune procure e giornali. In fondo è perfettamente in linea con quanto disse al suo compagno d’ora d’aria Mario Adinolfi. Leggendo le intercettazioni, però, fin dall’inizio si evince che loro si accorsero di essere intercettati, tant’è vero che gli stessi estensori delle intercettazioni scrivono che in alcuni momenti abbassano la voce e si passano qualcosa, forse biglietti.

Non a caso, a differenza di Totò Riina quando venne intercettato e ammise al suo compagno di socialità tutte le stragi a lui imputate, Giuseppe Graviano insiste nel dire che lui non ha commesso nulla e per questo era pronto a scrivere un libro per dichiarare tutta la sua innocenza. Il più delle volte parlava dell’inferno del 41 bis, la speranza nelle sentenze della corte europea. Una speranza più che giustificabile visto che stare recluso per decenni in un’area riservata del carcere duro, è una lenta agonia che – secondo alcuni studi, non per ultimi quelli dell’ultimo rapporto del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura – può portare anche a problemi psichici. Su Berlusconi non dice in realtà cose sconvolgenti, tranne che ribadire il fatto che fece un accordo economico con suo nonno che gli avrebbe consegnato 20 miliardi di investimenti, mai più restituiti. Tradotto: Berlusconi avrebbe un debito con i Graviano. Invece dice molto sulle leggi che il governo Berlusconi approvò: durissime contro la mafia, compreso l’ulteriore inasprimento del 41 bis. Leggi che, secondo Graviano, hanno danneggiato anche l’ex senatore Marcello Dell’Utri. Una rabbia, la sua, comune con tutti i detenuti mafiosi. Anche Riina, infatti, come emerge dalle intercettazioni nei suoi confronti, usò parole di fuoco contro l’ex Cavaliere per le leggi che inasprivano la loro detenzione. «Se avessi la possibilità, lo ammazzerei», disse Riina. La strategia di Graviano avrà nuovi emuli? Attualmente ancora ci sono altri importanti stragisti mafiosi, non pentiti, e reclusi nell’inferno del 41 bis.

Ultime News

Articoli Correlati