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Altro che Amadeus, i vincitori siamo noi. Note a margine di un Sanremo da record

Vittoria meritata, festival riuscito, obiettivi d’ascolto raggiunti e superati ma...
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Vittoria meritata, festival riuscito, obiettivi d’ascolto raggiunti e superati. E allora perché? Perché far vestire Diletta Leotta da Moira Orfei e poi farla cantare sciuri sciuri? Perché scollacciare Elettra Lamborghini senza inquadrarla? Ma soprattutto: perché costringerci ad aspettare le 2.32 per darci il risultato allungando il brodo con una serie di sketch irripetibili? La serata era iniziata abbastanza bene, anzi molto bene secondo la maggior parte degli osservatori, attratti come calamite dalla talentuosa Elodie. È continuata mantenendo un livello musicale discreto, sia grazie a concorrenti dignitosi che ai miniconcerti degli ospiti, tutti rigorosamente italiani e spremuti fino all’ultima goccia. “Spendo dunque pretendo”, in onore del direttorissimo Foa, fino all’ultimo posizionato in prima fila con un sorriso da paresi. Apice dello show raggiunto con Achille Lauro, vestito dalla regina che ha messo a posto gli uomini, Elisabetta I, e che quest’anno è riuscito in un’impresa galattica: far piacere il metrosexualism non solo alle nonne, che si sa hanno un debole per i nipoti discoli, ma anche ai nonni. I miei suoceri tifavano per lui, i miei amici tifavano per lui, pure le mie mattonelle tifavano per lui, ma è arrivato ottavo. Meglio per lui.

Performance travolgente anche quella di Piero Pelù, che sarà pure bollito ma il palco lo sa tenere e un po’ di groove ce l’ha ancora. Scende tra il pubblico – quest’anno va di moda – e fa esaltare la platea, un po’ meno la signora a cui ruba la borsa argentata, che Amadeus riporta subito alla proprietaria con sollecito perbenismo. Siamo ormai a mezzanotte ma va ancora tutto liscio, il ritmo c’è, le vallette pure, la voce di Tosca – la migliore voce di questa edizione – ci ricorda che siamo a Sanremo – e che a Sanremo c’è sempre stato almeno un po’ di qualità canora. Mentre Sabrina Salerno, con una rivisitazione inevitabile di Boys boys boys, ci ricorda quanto poteva essere brutto questo festival.

Poco dopo l’una, incredibile, arriva la classifica finale. Ed è una classifica largamente condivisibile, soprattutto per l’ultimo posto a Riki, meno per il penultimo Junior Cally, che ha inventato un ritornello orecchiabilissimo.

Ma era tutta un’illusione! La classifica si ferma a solo al quarto posto. Ed è qui che inizia l’agonia. Un Golden Globe a Fiorello, che riesce a riempire i 50 minuti di fuffa che gli hanno chiesto gli autori facendo gag con l’autotune a ricordarci quando falsificavamo la firma della mamma sul libretto di scuola, mentre adesso se manchi un giorno in classe «ti vengono a cercare a casa con i droni».

Ed ecco che tra l’una e le 2.32 si scopre chi sono i vincitori di questo festival: i “gruppi di ascolto” di noi poveri telespettatori auto organizzati. Come altro si sarebbe potuta sopportare un’ora e mezza di niente, anzi, un’ora e mezza inutile, senza la compagnia degli amici più cari? Che fossero seduti accanto a noi sul divano o presenti in chat su whatsapp, gli amici ci hanno soccorso nel momento più ingrato, quando Amadeus faceva salire sul palco chiunque stesse passando vicino l’Ariston pur di farci bruciare gli ultimi neuroni rimasti. E dire che a quella ora non ti paga un’inserzione pubblicitaria manco la cedrata Tassoni (citazione di un’amica in chat). Ma chi vuole arrivare alla fine deve soffrire, superare scena di Paolo Rossi e Angela Finocchiaro che si travestono da carnevale insieme a Christian De Sica e Massimo Ghini per pubblicizzare il loro ultimo film, non soccombere di fronte all’ennesimo cantante lirico prestato al pop, e restare appiccicato al televisore anche quando si inventano premi alternativi per rimandare la proclamazione del vincitore, che pure a Sky era stata fatta mezz’ora prima. Vince Diodato, che fa un bel rumore, ma vinciamo soprattutto noi.

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