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Sorrentino e il corpo del Papa. Note a margine della fortunata saga televisiva

Si tratta solo di fiction, naturalmente, ma la camminata in short di Pio XIII, al secolo Lenny Belardo, messa in scena da Paolo Sorrentino è una cavalcata negli sconfinati mondi dell’immaginario possibile
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E dopo il corpo del leader, il corpo del Papa. Si tratta solo di fiction, naturalmente, ma la camminata in short di Pio XIII, al secolo Lenny Belardo, messa in scena da Paolo Sorrentino è una cavalcata negli sconfinati mondi dell’immaginario possibile.

Perché i corpi non esistono e pesano solo in politica, come ci è ben noto: esistono e pesano, anche se ancora non sappiamo bene quanto, anche in Vaticano. In The New Pope il papa giovane, americano, tracollato misteriosamente all’ultimo fotogramma della precedente serie ( per un’overdose di Cherry Coke Zero, si immagina), altrettanto misteriosamente risorge dal coma nel ( meraviglioso) Ospedale Giovanni e Paolo di Venezia, e oniricamente e ripetutamente avanza in un vero e proprio catwalk sulla spiaggia antistante l’Excelsior al Lido.

Seminudo, di bellezza kennediana ( non fosse per le gambe corte di Jude Law, pure mai così filmicamente avvenente come quando a riprenderlo è Sorrentino), salutato da due ordini di seminude bellezze femminili.

Risorge mentre in Vaticano il Conclave ha già bello che insediato un malmostoso e old fashioned Lord inglese in veste prima purpurea e poi biancvested quel punto, quel che deflagra Oltretevere non è una lotta curiale, non è lo scontro da due cattolicesimi, o la sempiterna battaglia per la sopravvivenza del sempiterno potere vero.

Quello che Sorrentino mette in scena è qualcosa che riguarda molto più l’intero Occidente che non il Vaticano, e per questo forse, superata l’intrigante attrattività di guardarsi The New Pope come si stesse sbirciando davvero dentro le quinte del Vaticano, dell’ultimo e più segreto microcosmo politico, la serie ha avuto tanto successo: lo scontro è in realtà tra due mondi affini, ed entrambi matrici dell’intero Occidente.

L’Inghilterra, e con lei la “vecchia” Europa, e gli Stati Uniti. Sorrentino mette in scena le due facce dell’odierno e trabordante conservatorismo, quello tradizionale della “via mediana” per il mantenimento del potere con il volto sofferto di John Malkovich ( papa Giovanni Paolo III…); e quello nuovo, arrembante, sedicente rivoluzionario e profondamente radicale di Jude Law, che quando esce dal coma ha ben chiaro qual è il suo posto nel mondo: «Sono tornato davvero… è una bomba, appena il mondo lo saprà sarò in grado di creare in una settimana un miliardo di fanatici cattolici…».

Si tratta, naturalmente, di sconfiggere l’estremismo islamista che è arrivato – potere dell’immaginazione- laddove mai riuscirono neppure gli immaginari cosacchi, entrare a San Pietro e far deflagrare la Pietà di Michelangelo.

Per equilibrio non solo narrativo si vedrà però che autori degli attentati sono invece fondamentalisti cristiani, e proprio coloro che praticavano l’idolatria verso il non ancora “risorto” young pope, Pio III.

Tutto perfettamente ricostruito a Cinecittà, a parte gli esterni e le scene girate tra Venezia e Gaeta, con pregevole maniacalità viscontiana ( Jude Law ha vendicato Visconti, che litigava col produttore perché le valigie sui suoi set fossero di coccodrillo vero, o se del caso delle vere Vuitton antiche, «l’attore lo sente, e da quello dipende la qualità della recitazione», e Jude Law ha ripetuto nelle interviste lo stesso concetto),

The New Pope ha poi un poco commedevole, ma certo redditizio in termini di ascolto, scenario parallelo: le suore sono delle etère, dismessa la tonaca si muovono a ogni puntata come olgettine alla corte di Wedekind ( cfr. L’educazione fisica delle fanciulle), ben inserite e capaci di lotte e rivendicazioni.

Spira così in tutte le puntate anche un certo qual laicismo iconoclasta, ma nella cifra sempre un po’ felliniana ( Fellini disconosceva il neologismo, naturalmente) del linguaggio per immagini di Sorrentino manca però l’ironia lieve che vestiva il sarcasmo del Fellini vero, quando metteva in abito da prete un sex symbol planetario come Anita Eckberg, o allestiva girotondi di pretini in piazza San Pietro.

In fondo alla serie c’è anche l’ambiguità, chissà quanto allusiva all’oggi, di The Young Pope che dà la linea al New Pope. E quel che è chiaro sin dalle prime scene.

I Papi non sono due: sono tre. Perché il vero Papa è il segretario di Stato Voiello, lo straordinario Silvio Orlando che conduce le danze e tiene tutto il filo del racconto.

Voiello è il Vaticano che sopravvive a qualunque rivoluzione, è la forza di chi è consapevole che la politica consiste non nel compiere un’azione o nel prendere una posizione, ma nel sapere quale effetto si avrà da quell’azione o attraverso quella dichiarazione, e quali successivi scenari si possono da lí aprire o chiudere.

In pratica, date anche le abilità di dissimulazione del personaggio nella trama di The New Pope, un doroteo o, se si vuole, un gesuita.

Ed è così che alla fine dei sorrentiniani papi, The Young e The New, alla fine della lotta tra il conservatorismo tradizionale all’inglese e quello moderno e “rivoluzionario” all’americana, chi vince è l’italiano.

Perché poi, come dice Voiello, «l’ottusità e il fanatismo sono praticamente la stessa cosa».

 

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