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Lezione Usa, la kryptonite che minaccia le democrazie occidentali

Il siparietto tra Trump e la Pelosi conferma la malattia in atto: l’avversario che diventa nemico e va demonizzato e distrutto. É valso per Berlusconi e ora è in atto per Matteo Salvini
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Pelosi vs Trump. In diretta tv di fronte a milioni di americani e di lì rapidamente in tutto il mondo, è andata plasticamente in scena la crisi di sistema che dilania tutte le società occidentali e della quale non si intravede l’esito, anche perché nessuno osa metterla a tema e chiamarla con il suo nome.

Due giorni fa, in diretta tv di fronte a milioni di americani e di lì rapidamente in tutto il mondo, è andata plasticamente in scena la crisi di sistema che dilania tutte le società occidentali e della quale non si intravede l’esito, anche perché nessuno osa metterla a tema e chiamarla con il suo nome. La sequenza va ricapitolata. La speaker della Camera Nancy Pelosi presenta il presidente, che si accinge a svolgere il tradizionale discorso sullo Stato dell’Unione con formula diversa da quella tradizionalmente in uso: «E’’ mio onore e privilegio introdurre il presidente degli Stati Uniti». E’ uno sgarbo voluto e plateale al quale Trump risponde con scortesia anche maggiore: consegna in anticipo il testo del discorso alla speaker ma, quando lei tende la mano, evita di stringerla. Ma Mrs. Pelosi non ha alcuna intenzione di farsi battere nella sfida a chi palesa maggiore disprezzo e scortesia istituzionale. Mentre Trump parla, alle sue spalle, fa le facce, scuote le spalle, alla fine strappa platealmente il testo del discorso e alla fine rincara giustificandosi: «Era la cosa più cortese che potessi fare».

Non è un increscioso siparietto. E’ il riflesso fedele della spaccatura verticale che diviso l’intera società americana dopo l’elezione di Trump, quattro anni fa. Non si tratta più, infatti, di semplice ancorché radicale ed estrema opposizione politica. E’ invece un rifiuto quasi più antropologico che politico, nel quale si mischiano elementi etici ed estetici che prevalgono sulle scelte politiche vere e proprie dell’amministrazione. Il presidente, a sua volta, replica accusando i rivali di essere né più né meno che traditori dell’America.

Capita negli Usa, ma potrebbe essere l’Italia. L’opposizione all’ascesa di Salvini si nutre degli stessi elementi di rifiuto totale, antropologico, che innervano quella anti- Trump dall’altra parte dell’Atlantico. E’ un calderone nel quale, anche qui, si mischiano elementi estetici, etici e politici, in nome di una superiorità morale culturale della quale gli elettori, per loro colpa, non si avvedono. Il leit- motiv americano nelle chiacchiere da drugstore – ‘ Il presidente dovrebbero eleggerlo solo New York e Los Angeles – ha il suo corrispettivo fedele nei discorsi da bar, o peggio da salotto buono, che si sono sprecati da due anni a questa parte: «Forse andrebbe ripensato il suffragio universale» . Sia pure con notevoli differenze il problema potrebbe presentarsi domani nel cuore d’Europa, in Germania, come il caso della Turingia, la ‘ crepa’ attraverso la quale rischia di incunearsi il virus nazistoide dell’Afd, è eloquente. In Francia, del resto, solo l’obbligo ‘ repubblicano’ di sbarrare la strada al Front National di Marine Le Pen ha consentito l’arrivo all’Eliseo di un outsider come Macron.

La fragilità di un sistema basato sulla delegittimazione reciproca e totale degli avversari è evidente. La pietra angolare di ogni sistema democratico è infatti proprio la reciproca legittimazione almeno dei principali attori in campo. L’obiezione per cui già nella prima Repubblica italiana questo elemento fondativo della democrazia compiuta era assente è solo molto parzialmente fondata. Intanto perché il paragone con una fase segnata da estrema e ultimativa contrapposizione internazionale è poco proponibile, ma soprattutto perché, nonostante la conventio ad excludendum, nei fatti la reciproca legittimazione tra Dc e Pci era sostanzialmente presente persino negli anni ’ 50 e anzi proprio il frequente richiamo all’ arco costituzionale, cioè tra i partiti che avevano discusso e varato la Carta, era la rete di protezione che, funzionando come dispositivo di legittimazione reciproca, metteva il sistema al sicuro da scosse distruttive.

E’ vero che da quel patto costituzionale restava fuori il Msi neofascista, ma anche il quel caso la delegittimazione era vera solo al centro, non nelle amministrazioni locali, dove al contrario le alleanze tra Dc e Msi erano spesso praticate, e nessuno si pensò mai seriamente, nonostante la legge Scelba che vietava la ricostituzione del Pnf, di mettere fuori legge il Msi. In ogni caso, anche una reale assenza di legittimazione, ha significato ed esiti diversi se applicata nei confronti di un attore politico molto minoritario o se adottata invece per forze politiche che rappresentano molti milioni di elettori, di fatto metà Paese.

Il primo Paese occidentale in cui, dopo la guerra fredda, è entrato in tacito vigore il meccanismo che campeggia oggi ovunque è stato proprio l’Italia. Nei confronti di Berlusconi è stata sperimentata per la prima volta una dinamica che non revocava in dubbio le sue politiche ma la sua stessa legittimità a occupare una postazione politica di primo piano. Il miraggio inconfessato era chiaro: una volta scomparsa l’anomalia Berlusconi il sistema sarebbe tornato alla normalità. Si trattava quindi solo di ‘ resistere’ negando all’intruso ogni legittimità politica. E’ la stessa fantasia che viene applicata oggi nei confronti dei ‘ populisti’ e/ o ‘ sovranisti’: sono un male pericoloso ma passeggero, passato il quale il sistema tornare alla sua normalità, senza più Trump, o Salvini, o le Pen, o l’AfD.

Si tratta quasi certamente di un calcolo sbagliato. Quel sistema non c’è più. L’eventuale scomparsa dei Trump o dei Salvini lascerebbe solo spazio a rimpiazzi dello stesso genere. Con forze politiche che rappresentano la metà di un Paese, poco importa se la metà più o meno uno, non ci si può misurare negandone la legittimità politica, altrimenti a uscirne delegittimato e condannato prima o poi a franare è l’intero sistema. Per questo dalla sceneggiata di Washington a uscire sconfitto non è stato uno dei due contendenti ma l’intero sistema democratico americano. In Italia e in Europa, però, la situazione non è diversa. Né migliore.

 

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