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Una lezione che non passa di moda: priva di partiti organizzati, la democrazia langue

Con l’azzeramento della prima Repubblica sotto i colpi dei moschettieri della procura di Milano, anche i suoi luoghi fisici venivano sigillati con la modernità di una comunicazione presidiata ormai nella sua quasi totalità dalla televisione.
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Mani pulite buttò via la famosa acqua sporca col solito bambino. Nel pattume finirono infatti pure quei partiti che fino a quel momento avevano intercettato le diverse anime politiche degli italiani. Orientamenti dalle radici risalenti perlomeno alla nascita della Repubblica, se non ottocentesche, e poi oscurate per un ventennio. Ciononostante, ci basta ed avanza il paletto temporale del 2 giugno 1946 per analizzare quanto accaduto. E l’accaduto è la precipitazione dell’idea della politica. Una caduta rovinosa coincidente con la cancellazione di quei partiti dalla fine della cosiddetta prima Repubblica ( «cosiddetta» per mancanza di passaggio istituzionale, come in Francia per ben 5 volte, ma transeat su questo), col solo Pci salvatosi dalla buriana, seppure anch’esso travolto da processo di muta della scorza con la ( drammatica per la maggior parte degli iscritti) svolta della Bolognina.

Crollava l’Urss, si ridisegnavano i riferimenti internazionali, Francis Fukuyama annunciava ( improvvidamente) la fine della Storia. E se Tucidide aveva visto nella Guerra del Peloponneso la nascita delle tre dimensioni storiche ( che il futuro fosse cioè una proiezione del presente sui fondamenti del passato), e Alexandre Kojève aveva fatto coincidere la fine della Storia col passaggio delle truppe napoleoniche sotto le finestre di Hegel dopo la sconfitta prussiana nella battaglia di Jena, Mani pulite aveva spento nella memoria ( storica) degli italiani la lampadina dei riferimenti partitici.

Poco male, se di «mariuoli» si trattava. Il fatto è che la ruspa “Borrelli& C.” aveva abbattuto pure le case ( i covi?) di quei «marioli», cioè i partiti. Già nelle elezioni politiche del ’ 94 – necessarie dopo appena due anni da quelle del ’ 92 proprio per quelle demolizioni – gli elettori si trovarono con la matita copiativa a roteare nell’aere dell’urna prima di abbatterla come mannaia su una scheda che riportava nomi inediti: insegne luminose di luoghi in cui s’erano rifugiate le idee che fino a quel momento avevano filigranato i partiti storici di destra, sinistra, e mondo cattolico.

Fra esse, quella della Lega Nord ( accesa nella tornata del ’ 92), che illuminava gli interessi regionali dell’antico asse Lombardo- Veneto. Da quel momento in avanti, il buio avrebbe regnato in quelle case del malaffare politico, abbandonando al loro destino milioni di orfani di quei partiti politici che coincidevano col loro orientamento politico.

Non sarebbe stato più possibile capire d’emblée quale fosse l’orientamento politico di un nostro interlocutore. ( Ad eccezione della Lega Salvini e di Fratelli d’Italia, oggi è impossibile intuire da quale mondo politico provenga uno di Forza Italia o del Pd).

Con l’azzeramento della prima Repubblica sotto i colpi dei moschettieri della procura di Milano, anche i suoi luoghi fisici venivano sigillati con la modernità di una comunicazione presidiata ormai nella sua quasi totalità dalla televisione.

E chi più ne ha ( di tv), più ne metta ( di volti/ voti – appunto – televisivi e, soprattutto, telegenici) come in effetti avvenne con Forza Italia: non più una invocazione sportiva, ma una squadra politica che da lì a poco avrebbe conquistato il potere col ct di Arcore. Le conseguenze di tutto ciò si sono spalmate sul tempo futuro con una potenza tale da smagnetizzare l’hardware della memoria storica degli italiani.

Sparendo le sedi dei partiti e – soprattutto – le giovanili, sono cresciute nuove generazioni di ignavi politici: soggetti senza arte ( del governo, se non di qualche condominio) né parte ( politica, se non quella riconducibile alla “vocazione familiare” di destra o sinistra, con l’area di centro a giocarsela col mondo cattolico).

Chiuse per mancanza d’iscritti le scuole di partito, la scena politica è diventata una prateria preda dell’improvvisazione, fino al leitmotiv del «Vaffa», cioè un linguaggio che rovesciava il rapporto eletti- elettori, precipitandolo verso il basso.

Un linguaggio mutuato con successo da Grillo a Salvini perché garantito da un suggestivo processo d’identificazione. Un rovesciamento che va oltre il linguaggio, contaminando ogni aspetto della rappresentanza politica, come dimostra la blasfemia dell’impreparazione come valore, ossia, la coerente investitura di Lino Banfi a commissario italiano per l’Unesco.

Le recenti elezioni regionali relative all’Emilia Romagna hanno registrato una ripresa della partecipazione al voto, con un 67% che non si vedeva da tempo. Partecipazione progressivamente crollata sia nelle politiche che in ogni altra tornata elettorale con la morte della prima Repubblica.

La perdita di decine di punti percentuali significava lo scollamento fra «Palazzo» e «Paese reale» ma, ancor più, il disinteresse da parte di quest’ultimo per una «cosa sporca», dimenticando che se lui – «Il paese reale» – non si occupa più di politica, l’altro – «Il Palazzo» – continua ad occuparsi di lui.

Il punto è con quali risultati. Cioè con quali uomini. Cioè con quali competenze.

 

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