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Il garante Palma: «Quella vita “sprecata” in carcere senza alcun supporto territoriale»

Il commento del garante Mauro Palma dopo il suicidio di un senza fissa dimora a Torino. I penitenziari accolgono sempre di più le fasce marginali della società I cui comportamenti devianti hanno spesso come matrice comune la sofferenza
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«Possibile che ciò non interroghi la società esterna e che resti soltanto un problema del carcere e di chi in esso opera? Possibile che non si legga il nesso tra l’assenza di un qualche supporto territoriale e una vita così “sprecata”?», così il Garante delle persone private della libertà Mauro Palma scrisse sabato scorso una volta appresa la notizia del suicidio di un detenuto. Il fatto è avvenuto venerdì sera al carcere Lorusso e Cutugno di Torino e parliamo di un uomo di origine marocchina, senza fissa dimora, al quale gli mancavano 11 giorni per uscire ed essere rimpatriato. L’ennesimo caso di persone vulnerabili dove il carcere diventa un sostituto del welfare. Ma per sua natura non potrà mai esserlo.

Il problema della povertà è oggi un fenomeno articolato e complesso ed in costante evoluzione. I processi di impoverimento determinati dalla crisi economica, dalla perdita di potere d’acquisto degli stipendi e dei salari, dalle difficoltà nel sostenere i costi dell’abitare, da un mercato del lavoro che non riesce a garantire stabilità ma favorisce e accentua situazioni di precarietà e disoccupazione, riguardano in misura sempre crescente tutto il territorio nazionale e non solo le periferie. Questi processi generano di situazioni di sofferenza ( spesso di natura economica) che, se non affrontate, possono aggravarsi e segnare il passaggio ad una condizione di marginalità ed esclusione sociale. Il bisogno di questa fascia di popolazione si caratterizza per lo più come multidimensionale, dove alla carenza o totale mancanza di reddito e, sovente, di sistemazione abitativa dignitosa, si affiancano povertà di relazioni, malattia, disagio psichico, mancanza di istruzione fino ad arrivare a situazioni di illegalità. Da lì al carcere il passo è quindi breve.

I penitenziari accolgono sempre di più le fasce marginali della società: stranieri irregolari, persone con problemi di dipendenze patologiche e disagio mentale, i cui comportamenti devianti hanno sovente come matrice comune la sofferenza. Non a caso il Garante nazionale, alla conferenza stampa di inizio anno, ha cristallizzato il problema snocciolando alcuni dati. Vale la pena ribadirli. Al 13 gennaio risultano 23.024 detenuti che stanno scontando una pena inferiore ai tre anni, di cui ben 1572 persone sono condannate ad una pena inferiore ad un anno. Sui 53 suicidi del 2019, dieci riguardano i senza fissa dimora. A dicembre, quattro sono i senza fissa dimora che si sono suicidati. Migliaia sono quindi i reclusi per reati minori. Molti ruotano attorno al mondo della dipendenza, altri sono dei senza fissa dimora, tanti sono analfabeti e tanti altri sono anche anziani che non ce la fanno a sopravvivere con la pensione e quindi vengono usati da organizzazioni criminali per nascondere la droga. Il carcere è davvero indispensabile per tutti questi soggetti socialmente fragili?

 

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